C’è qualcosa di quasi ironico nel vedere un progetto firmato da Jony Ive e Sam Altman, due nomi che solitamente spostano l’ago dell’innovazione semplicemente pronunciando una parola, inciampare proprio… sulla parola scelta. Eppure è quello che sta accadendo: il celebre dispositivo “io” non potrà chiamarsi così, almeno per ora, perché la Corte d’Appello del Nono Circuito ha confermato lo stop all’utilizzo del marchio. Una decisione che non parla solo di diritti sul nome, ma di quanto sia diventato affollato – e sensibile – il terreno delle tecnologie intelligenti.
Il nuovo device di Ive e Altman inciampa sul branding prima del debutto
La storia parte da un incontro quasi da sceneggiatura: il CEO di iyO, Jason Rugolo, vede in Altman un potenziale alleato per il suo progetto sull’interfaccia uomo-macchina. Gli racconta idee, prospettive, visioni. Altman ascolta, ma declina. Dice che qualcosa di simile è già in cantiere. Fin qui, niente di sorprendente nel mondo delle startup. Poi però, qualche mese dopo, arriva l’annuncio della collaborazione OpenAI–Ive e del misterioso dispositivo chiamato proprio “io”. A quel punto, per iyO, il confine fra coincidenza e problema legale si assottiglia fino a scomparire.
La causa prende forma rapidamente, e i giudici si trovano davanti a un tipo di rischio che definiscono “confusione inversa”: non è il pubblico a scambiare iyO per OpenAI, ma il contrario. È la notorietà di Altman e Ive che rischia di sovrastare completamente il brand più piccolo, al punto da far pensare agli investitori che sia iyO a imitare colossi come OpenAI. Con questa premessa, il tribunale decide che serve un freno immediato: il marchio “io” non può essere usato per dispositivi che ricordino troppo da vicino quelli audio-intelligenti di iyO.
OpenAI, da parte sua, ha provato a smontare l’accusa sostenendo che il prodotto in sviluppo non è un wearable e che Rugolo avrebbe condiviso informazioni riservate in modo poco accorto, arrivando persino a ipotizzare la vendita della sua startup per una cifra a sei zeri. Ma per i giudici non basta. E così, almeno per un po’, il famoso dispositivo “io” dovrà rimanere senza nome, come un progetto in attesa della sua identità definitiva.
Il device di Altman finisce nel limbo legale
La storia, però, è tutt’altro che chiusa. Ad aprile 2026 ci sarà un nuovo capitolo con la richiesta di ingiunzione preliminare, e da lì in poi si entrerà nel percorso più lungo, quello del processo vero e proprio, previsto tra il 2027 e il 2028. Nel frattempo OpenAI ha già cancellato ogni traccia del marchio incriminato dalle sue comunicazioni, come chi riordina casa prima dell’arrivo degli ospiti.
Intanto, il dispositivo – di cui si sa ancora pochissimo – continua ad alimentare curiosità. Non avrà il nome inizialmente scelto, e forse per Ive questo è quasi un paradosso: un designer che deve ripensare, ancora una volta, non la forma o la sostanza, ma le parole. Ma nel mondo della tecnologia le parole pesano quanto i prototipi, soprattutto quando rischiano di creare ombre su chi non può permettersi di perderne nemmeno una.
