La tecnologia sviluppata per osservare i fenomeni dell’Universo sta trovando un’applicazione sorprendentemente concreta qui sulla Terra. Il settore coinvolto? La bonifica delle centrali nucleari dismesse. Un gruppo di ricercatori tedeschi ha infatti adattato strumenti utilizzati nelle missioni NASA per creare un nuovo sistema in grado di individuare con estrema precisione e rapidità ogni traccia di contaminazione radioattiva negli impianti in fase di smantellamento.
Il progetto, chiamato scintLaCHARM, nasce all’Università di Würzburg sotto la guida del fisico nucleare e astronomo Thomas Siegert. Ha ottenuto fin dall’inizio il sostegno del governo tedesco attraverso il programma FORKA, che lo ha finanziato con circa 2 milioni di euro. L’obiettivo è ridurre drasticamente i tempi di controllo degli ambienti e aumentare la sicurezza degli operatori, che oggi devono affidarsi a strumenti lenti, ingombranti e capaci di analizzare solo poche superfici per volta.
La tecnologia NASA diventa una “camera” che ricostruisce la radioattività in 3D
Prima della demolizione di una centrale, ogni ambiente deve essere ispezionato per verificare l’eventuale presenza di residui radioattivi. Il metodo tradizionale utilizza rivelatori a semiconduttore che richiedono il raffreddamento con azoto liquido fino a –200 °C. Sono affidabili ma estremamente poco pratici. Procedere stanza per stanza può richiedere settimane.
Da qui nasce l’idea di utilizzare i rivelatori a scintillazione impiegati dalla NASA nelle sue missioni spaziali. Questi cristalli producono un lampo di luce quando colpiti da radiazione, e analizzando direzione ed energia dei segnali è possibile ricostruire la posizione delle sorgenti radioattive. Il team tedesco ha trasformato questo principio in una “camera” capace di raccogliere migliaia di misurazioni e, con l’aiuto di supercomputer, di creare un modello tridimensionale dell’intera area controllata.
Il risultato è una mappa a colori che permette di individuare subito i punti critici e distinguere le zone completamente sicure. Questo approccio riduce tempi e rischi, evita smaltimenti inutili e consente operazioni molto più mirate. Il progetto ha ottenuto il supporto anche di Uwe Gerd Oberlack, fisico dell’Università di Mainz e membro del team NASA di COSI, confermando la solidità scientifica dell’iniziativa. Il passo successivo sarà l’integrazione dell’intelligenza artificiale, utile per distinguere con precisione la radiazione di fondo naturale da quella effettivamente legata alla contaminazione.
