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Dentro il laboratorio dove leghe estreme sfidano la fusione nucleare

Giacomo Po studia leghe ad alta entropia per rendere i materiali dei reattori a fusione più resistenti e stabili.

scritto da Margherita Zichella 18/11/2025 0 commenti 1 Minuti lettura
Giacomo Po studia leghe ad alta entropia per rendere i materiali dei reattori a fusione più resistenti e stabili.
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Nel laboratorio dell’Università di Miami c’è un’atmosfera che sembra vibrarti addosso appena entri, come se l’aria fosse carica di una curiosità che non si vede ma si percepisce. Giacomo Po ci lavora tutti i giorni, circondato da macchinari che sembrano usciti da un film di fantascienza, anche se per lui sono strumenti del mestiere. Mentre controlla il fascio ionico che incide minuscole porzioni di metallo, ha quella concentrazione totale di chi sa di muoversi su una soglia sottile: tutto è minuscolo, sì, ma le ricadute di ciò che studia sono enormi. Nel microscopio elettronico scorrono strutture che sembrano astratte, e invece raccontano come i materiali vivono e soffrono sotto condizioni impossibili, quasi gli stessi inferni di temperatura e radiazione che esisteranno nei futuri reattori a fusione.

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Fusione nucleare e materiali incredibili: il laboratorio che guarda oltre il tungsteno

Giacomo e il suo gruppo passano le giornate a interrogarsi su come le high-entropy alloys riescano a mantenere la loro forma, a non cedere, a non deformarsi quando tutto le spinge a farlo. Queste leghe, un mix equilibrato di cinque o più elementi, rappresentano una sorta di nuova frontiera: stabili, resistenti, curiose da esplorare perché ancora poco comprendiamo dei loro limiti. È affascinante pensare che proprio questi materiali potrebbero diventare lo scudo interno dei reattori che un giorno potrebbero fornirci energia pulita e praticamente inesauribile. Nel frattempo, il tungsteno — il campione di sempre — continua a mostrare la sua forza, ma anche i suoi punti deboli quando lo si sottopone a bombardamenti continui di particelle. Non basta più essere “il più resistente”: serve capire come cambiano le cose a livello atomico quando l’ambiente diventa davvero estremo.

Per questo il team unisce modelli computazionali a esperimenti reali, osservando i materiali mentre cedono, scivolano o, in alcuni casi, resistono con una determinazione quasi sorprendente. Giacomo lo racconta con entusiasmo, spiegando come ogni nuova immagine al microscopio rappresenti una conferma o una smentita, un pezzo del puzzle che si incastra oppure costringe a rivedere tutto da capo.

Intorno a questo progetto si muove un intero mondo: investimenti miliardari, collaborazioni tra continenti, laboratori che continuano a macinare risultati mai raggiunti prima. E quando Giacomo parla di un futuro in cui la fusione alimenterà reti elettriche senza emissioni, desalinizzerà acqua e sosterrà intere città, la sua voce non tradisce utopia, ma una fiducia calma e concreta. È come se, per lui, quel futuro stesse già iniziando proprio lì, in quelle stanze illuminate dal bagliore blu dei microscopi.

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Margherita Zichella
Margherita Zichella

Nata a Roma l'11 aprile del 1983, diplomata in arte e da sempre in bilico tra comunicazione scritta e visiva.

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