Ah, i mattoncini LEGO! Chi non li ha in casa? Di solito li associamo a navicelle spaziali traballanti o a castelli finiti sotto il divano. E invece, c’è un ragazzino di sedici anni che li ha trasformati in un vero e proprio strumento di alta tecnologia, dimostrando che per fare la rivoluzione nel campo della robotica, non servono per forza miliardi di dollari, ma a volte basta una scatola di plastica colorata e tanta, tantissima inventiva.
Sedicenne reinventa robotica con mano LEGO alla IROS 2025
Lui si chiama Jared Lepora, e ha l’aria tranquilla di chi farebbe i compiti senza battere ciglio, ma sotto quella calma apparente nasconde un cervello che viaggia a mille. La sua creazione? Una mano robotica funzionante, precisa e incredibilmente agile, costruita interamente con pezzi LEGO. Non stiamo parlando di una macchinetta giocattolo, ma di un prototipo serissimo chiamato Educational SoftHand-A, capace di afferrare oggetti con una delicatezza e un’efficacia che hanno lasciato di stucco persino i “dinosauri” della robotica.
Il palcoscenico scelto per presentare questa meraviglia è stato nientemeno che la IROS 2025, una delle conferenze internazionali più importanti al mondo per robot e sistemi intelligenti, tenutasi quest’anno in Cina. E immaginatevi la scena: tra luminari e dottorandi ultra-specializzati, spunta lui, il relatore più giovane dell’intero evento. Nonostante l’età, Jared ha incantato tutti, non solo per il progetto in sé, ma per la passione contagiosa con cui ha raccontato la genesi di questa mano in mattoncini, sviluppata insieme al padre Nathan, che insegna robotica all’Università di Bristol.
Il suo mantra era semplice, ma potentissimo: “Volevo creare qualcosa di accessibile e replicabile“. L’idea di fondo era rendere comprensibili i complessi principi della “presa adattativa” senza che gli studenti o i semplici curiosi dovessero ipotecare casa per comprare strumentazioni fantascientifiche. È stato un vero e proprio atto di democratizzazione della scienza.
Jared è partito da un modello di eccellenza già esistente, la famosa SoftHand nata qui in Italia, all’Istituto Italiano di Tecnologia di Pisa. Quella originale è un gioiello, fatta di tendini artificiali e componenti stampati in 3D. Ma il colpo di genio di Jared è stato prendere quel concetto e tradurlo in LEGO Mindstorm. Ha sostituito i materiali sofisticati con i nostri cari mattoncini, dimostrando che l’intelligenza di un design non dipende dal costo del suo hardware. Il risultato è sbalorditivo: la mano si muove con una naturalezza sorprendente, si adatta alla forma di qualsiasi cosa tenti di afferrare – una pallina morbida, una tazza – grazie a un meccanismo chiamato “sinergia morbida”, che bilancia la forza di presa proprio come farebbe una vera mano.
I numeri, poi, sono da capogiro: nei test di laboratorio, la SoftHand-A di LEGO ha raggiunto il 90% della forza di presa del modello professionale e, pensate un po’, riesce ad aprirsi e chiudersi in appena un secondo. Numeri da capogiro, specialmente se consideriamo che è stata assemblata con materiali che potremmo trovare in qualunque stanza dei giochi.
Gli esperti non si sono limitati ai complimenti; hanno parlato di un progetto rivoluzionario. Perché Jared non ha solo costruito un robot carino; ha dimostrato che c’è una via di mezzo vitale tra la ricerca accademica iper-costosa e la didattica. Ha messo in luce che l’innovazione vera nasce dalla curiosità, dalla voglia di smontare e rimontare il mondo, e che non è necessario un laboratorio stellare, ma solo un’ottima idea. Forse, un giorno, questa mano di LEGO diventerà un vero e proprio simbolo nelle aule universitarie, la prova lampante di quanto la creatività possa spingersi lontano quando si incontra con i principi della scienza.
