Un gigante dello spazio, costretto ad un lungo periodo di pausa, il telescopio spaziale James Webb ha vissuto in questi mesi una rinascita inaspettata. Tutto comincia con l’Aperture Masking Interferometer (Ami), uno dei suoi strumenti più sofisticati, che da tempo stava mostrando segni di cedimento: parliamo di immagini sfocate, dati imprecisi e prestazioni di bassa qualità rispetto alla media, con la causa di questi problemi da imputare a delle distorsioni elettroniche nel sensore infrarosso.
La soluzione è finalmente arrivata, il merito va a due giovani dottorandi australiani, ideatori di un software che ha permesso al telescopio di tornare a funzionare meglio di prima. I protagonisti sono Louis Desdoigts e Max Charles, entrambi dell’Università di Sydney, i due hanno sviluppato una pipeline di correzione basata su intelligenza artificiale e simulazioni fisiche del telescopio. Il software chiamato Amigo (Aperture Masking Interferometry Generative Observations), ha il compito di ricreare il comportamento dell’ottica e dell’elettronica di Webb in modo da compensare in tempo reale le aberrazioni provocate da un effetto noto come brighter-fatter. Ovvero il leggero traboccamento elettrico nei pixel vicini. In sintesi, Amigo ha il compito di “de-sfocare” le immagini attingendo direttamente dai dati grezzi, così da restituire la piena sensibilità dello strumento.
Il risultato portato da Amigo a beficio di James Webb
L’esito delle prime prove é incredibile, l’Ami ha catturato immagini nitide di oggetti complessi come la galassia NGC 1068, la luna di Giove Io e la stella Wolf-Rayet 137. Queste immagini hanno addirittura portato alla nostra attenzione dei dettagli ai quali non avevamo mai dato peso. Sempre nel dettaglio, il ripristino della risoluzione interferometrica permette al telescopio di osservare meglio dischi protoplanetari, esopianeti e getti stellari, campi chiave per la ricerca astrofisica.
Questa nuova rivoluzione spaziale ha avuto un dettaglio interessante, per metterla in atto non è servito muovere un bullone: nessuna missione spaziale, nessun intervento fisico sul James Webb, solo un algoritmo capace di correggere da Terra i difetti elettronici di un telescopio che si trova nello spazio, e che da oggi potrà continuare ad aggiornarci sulle migliori novità che l’universo ha da offrire.
