C’è un piccolo gesto, tanto banale quanto irritante: arrivi alla colonnina, cerchi il cavo e… non c’è. Non è solo sfortuna o distrazione — è sempre più spesso il segno di un furto. Il fenomeno dei cavi rubati alle colonnine di ricarica per auto elettriche sta crescendo e ha quel sapore amaro di problema che colpisce tutti: automobilisti in difficoltà, aziende con conti che non tornano e infrastrutture che perdono affidabilità.
La guerra dei cavi EV: soluzioni tra tecnologia e regolamentazione
Per capire il perché non serve andare lontano: quei cavi non sono solo fili e gomma, dentro c’è rame, e il rame ha un mercato. Una singola corda di ricarica può contenere decine di euro di metallo prezioso — una somma che, moltiplicata per centinaia o migliaia di pezzi, diventa un business sporco per chi smonta e rivende in nero. Il risultato è un’onda di furti che colpisce soprattutto le colonnine Fast e Ultra Fast, quelle con il cavo integrato indispensabile per rifornire rapidamente durante un viaggio. Quando sparisce il cavo, sparisce anche la possibilità di ricarica rapida: vuoto al posto della praticità.
I numeri qualche volta parlano più chiaro delle parole. Prendiamo l’esempio tedesco: aziende come EnBW, che gestiscono migliaia di punti di ricarica ad alta potenza, hanno denunciato perdite significative — centinaia di cavi sottratti in pochi mesi, con danni che hanno un peso notevole sul bilancio aziendale. Le riparazioni non sono una spesa da poco; si somma il costo materiale a quello del tempo in cui la colonnina resta fuori servizio, con mancati ricavi e clienti infastiditi. In pratica, un danno a catena che si ripercuote su tutti: infrastrutture, gestori e automobilisti.
Le risposte non mancano, e alcune sono quasi romantiche nella loro praticità: cavi più robusti, progettati per non essere tagliati facilmente; allarmi che suonano quando qualcuno ci mette mano; soluzioni tecnologiche come piccoli GPS inseriti nei cavi per seguire eventuali spostamenti sospetti. C’è anche chi punta sul lato normativo, chiedendo pene più severe per scoraggiare il mercato del recupero illegale dei metalli. Ma nessuna singola soluzione è la bacchetta magica: serve una combinazione di design più intelligente, vigilanza e misure legislative.
Alla fine, la questione è semplice: vogliamo un’infrastruttura di ricarica che funzioni davvero, senza sorprese amare. Per ottenerla non basta costruire colonnine; bisogna proteggerle, tracciarle e renderle poco appetibili al ladro che spera di fare un rapido bottino. È una piccola battaglia quotidiana, fatta di accorgimenti tecnologici e di regole chiare, ma anche di senso civico: perché lo spazio pubblico non è una fonte di guadagno facile, è un servizio che serve a tutti. E finché non lo capiremo davvero, qualcuno continuerà ad arrivare alla colonnina e a non trovare quel cavo che dovrebbe esserci.
