A volte, il Pianeta Rosso ci manda un vero e proprio “biglietto da visita” chimico, facendoci drizzare le antenne. Ed è proprio quello che è successo con il nostro infaticabile esploratore su sei ruote, il rover Perseverance, che sta scandagliando la regione occidentale del cratere Jezero. Vi ricordate? Quella era la zona dove miliardi di anni fa scorreva un bel fiume marziano. Bene, in quell’antico letto d’acqua, Perseverance ha puntato i suoi strumenti su un affioramento roccioso che, a prima vista, sembra una normale pietra marziana, ma che in realtà nasconde un segreto potenzialmente clamoroso.
Carbonio organico e greigite: nuovi indizi dalla superficie di Marte
La protagonista di questa scoperta è una roccia che hanno chiamato Cheyava Falls, riconoscibile per la sua forma a punta di freccia, adornata da minuscoli granuli neri e un look quasi “maculato”. Dopo averla analizzata da vicino, i sensori del rover hanno rivelato un cocktail chimico super interessante. Non solo una sorprendente concentrazione di elementi fondamentali come carbonio organico, ferro, fosforo e zolfo (i mattoni della vita come la conosciamo), ma soprattutto la presenza di due minerali particolari: la vivianite (un fosfato di ferro) e la greigite (un solfuro di ferro).
Perché questi nomi così tecnici ci dovrebbero emozionare? Semplice: sulla Terra, questi minerali sono spesso i testimoni di un processo chimico chiamato redox. Questo è il meccanismo con cui piante, animali e, soprattutto, batteri, ottengono l’energia per vivere. Secondo Joel Hurowitz, il geochimico a capo dello studio, questa è una chimica “diversa da qualsiasi altra mai osservata su Marte” in decenni di missioni robotiche.
Attenzione, però: il carbonio organico e questi minerali non sono la “prova regina” della vita marziana. Il processo redox, in teoria, può avvenire anche da solo, in assenza di organismi viventi. Il problema è che, senza un aiuto, queste reazioni chimiche sono estremamente lente.
È qui che subentra l’ipotesi più intrigante. Come spiega il geobiologo Mike Tice, se troviamo quantità significative di greigite in rocce fredde e antichissime come Cheyava Falls, ci dobbiamo chiedere: potrebbe esserci stato un aiuto “biologico” ad accelerare le cose? “La velocità di queste reazioni”, dice Tice, “è uno dei migliori indizi per distinguere processi abiotici [cioè non biologici] da quelli guidati da forme di vita”. Insomma, questi minerali ci suggeriscono che l’ambiente in cui si sono formati era, quantomeno, perfettamente abitabile per la vita microbica.
Il contesto geologico ci regala un altro tassello: la composizione chimica di questa zona, denominata Bright Angel, è molto diversa dalle altre parti di Jezero. Queste rocce sono più ossidate e ricordano da vicino i terreni terrestri che sono stati esposti a lungo alle piogge e agli agenti atmosferici. Questo significa che, anche su Marte, clima e atmosfera sono cambiati profondamente, ma che il pianeta potrebbe essere rimasto accogliente per lunghi periodi.
Per fortuna, Perseverance non si è limitato a guardare: ha prelevato e sigillato un campione di Cheyava Falls. Questo preziosissimo pezzo di roccia aspetta ora di tornare sulla Terra con la futura missione Mars Sample Return. Se le analisi isotopiche, che sono la vera cartina tornasole, dovessero mostrare firme biologiche (differenze nel rapporto tra gli isotopi di ferro, zolfo o carbonio), potremmo trovarci di fronte al primo, vero, indizio di vita extraterrestre.
Certo, non è ancora il momento di stappare lo champagne. Come ricorda l’astronomo Chris Impey, non è una “pistola fumante”; dobbiamo prima escludere tutte le possibilità puramente chimiche. Ma, che la vita ci sia stata o meno, queste scoperte ci mostrano un Marte molto più dinamico e chimicamente attivo di quanto pensassimo. È esattamente come dice Tice: “è come trovare qualcosa di luccicante nel terreno: non sai ancora cos’è, ma sai che vale la pena scavare più a fondo”. E noi, in attesa di quel campione, non potremmo essere più d’accordo.
