Michaela Benthaus, ingegnera spaziale tedesca di 33 anni, lavora all’ESA (Agenzia Spaziale Europea) e si sta per guadagnare un posto non solo in un razzo, ma anche nei libri di storia. Preparati, perché questa donna sta per diventare la prima astronauta in sedia a rotelle a volare nello spazio. Lo farà a bordo del New Shepard di Blue Origin, in una missione suborbitale.
Michaela Benthaus, prima astronauta in sedia a rotelle, vola con Blue Origin
Ora, certo, un volo suborbitale dura pochi minuti e ti permette solo di assaggiare l’assenza di gravità, ma fidati che questo è il dettaglio meno importante. Quello che conta davvero è il segnale: è un passo da gigante per l’inclusione e per le pari opportunità in un settore, quello aerospaziale, che è sempre stato ossessionato da parametri fisici rigidissimi e spesso inutilmente restrittivi.
La storia di Michaela è di quelle che ti fanno riflettere sulla tenacia umana. Tutto cambia nel 2018, quando a soli 26 anni, un brutto incidente in mountain bike le fa perdere l’uso delle gambe. Stava giusto per finire la laurea in meccatronica e il suo sogno era un master in ingegneria aerospaziale. Qualsiasi persona in quella situazione avrebbe avuto tutte le ragioni per sentirsi spezzata o per mollare tutto.
Invece, Michaela ha fatto l’opposto. Ha trasformato quella prova in una spinta potentissima. Non solo ha finito gli studi, si è specializzata, ma è anche arrivata a lavorare per l’ESA, dove oggi è impegnata in progetti fighissimi come lo studio delle atmosfere di Marte tramite le radio-occultazioni marziane. Una mente brillante, insomma, che non si è lasciata definire da una sedia a rotelle.
Il suo volo con Blue Origin è molto più di una gita spaziale. È un test cruciale. Metterà alla prova le infrastrutture, i protocolli di sicurezza e, soprattutto, la mentalità di tutto il settore. Come si muove e opera una persona con disabilità motoria in assenza di peso? Il suo viaggio fornirà dati preziosi che, si spera, apriranno ufficialmente la porta dello spazio a chiunque, indipendentemente dalle proprie condizioni fisiche.
Michaela lo sa bene: è diventata un simbolo, anche se con grande umiltà ammette che vorrebbe non essere la prima, sperando che presto “chi ha una disabilità possa candidarsi come astronauta come chiunque altro”. Questo dimostra la grandezza del suo obiettivo, che non è solo personale, ma collettivo.
Mentre aspettiamo che Blue Origin annunci la data ufficiale del lancio (si vocifera, ma non è la sua missione, di un volo imminente come NS-36), lei continua la sua vita tra addestramenti, simulazioni e il suo lavoro all’ESA. La sua sfida non è solo arrivare in orbita, ma dimostrare, in modo inequivocabile, che l’accesso all’esplorazione deve essere aperto a tutti.
