Un fine settimana di tensione ha colpito Google, Amazon, Microsoft e molte altre aziende tecnologiche americane. Il motivo? Il presidente Donald Trump ha annunciato che dalla mezzanotte di domenica sarebbero entrate in vigore nuove tasse e restrizioni sui visti H-1B. Ovvero i permessi di lavoro che consentono a migliaia di professionisti stranieri di operare negli Stati Uniti. La notizia, diffusa senza preavviso, ha spinto le grandi aziende a contattare i dipendenti titolari di questi visti. Essi infatti sono stati invitati a rientrare immediatamente nel Paese per evitare di restare bloccati all’estero.
Trump rivede la misura: sollievo parziale, ma clima incerto
Il provvedimento prevede un costo annuale di 100.000 dollari per ogni visto H-1B. Una cifra che, moltiplicata per il numero di dipendenti stranieri, avrebbe un impatto miliardario sui bilanci delle aziende. Amazon, che impiega circa 14.000 lavoratori con visto H-1B, dovrebbe affrontare un esborso stimato di 1,4 miliardi di dollari l’anno. Google e Microsoft, con circa 4.000 titolari ciascuna, si troverebbero comunque di fronte a spese ingenti. La misura colpisce anche i visti H-4, concessi ai familiari diretti dei lavoratori, ampliando la portata del problema. Per un settore che da anni si affida a talenti provenienti da India, Cina ed Europa, la proposta rappresenta un ostacolo importante.
Dopo ore di agitazione, è arrivata una parziale rettifica da parte della Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha chiarito che la tassa non si applicherà ai lavoratori già in possesso di visto e temporaneamente all’estero. Ha anche parlato di contributo una tantum, e non ricorrente. Questo disallineamento ha lasciato le aziende e i dipendenti nell’incertezza, spingendo molte Big Tech a mantenere la linea della massima prudenza.
Nei memo interni diffusi in queste ore, i colossi della tecnologia invitano i lavoratori stranieri a evitare viaggi non strettamente necessari. La priorità resta quella di garantire la continuità operativa e ridurre rischi per il personale. La mossa di Trump riporta al centro il delicato equilibrio tra politiche migratorie e competitività economica. Senza un bacino sufficiente di laureati e specialisti statunitensi, la Silicon Valley rischia di vedere frenato il proprio ritmo innovativo. Per ora resta il caos normativo, con regole poco chiare e un clima che spinge aziende e professionisti a prepararsi a scenari peggiorativi.
