L’app è sparita dagli store digitali, ma Deepseek continua a essere accessibile senza grandi difficoltà attraverso il web e una semplice VPN. Il blocco imposto a gennaio dal Garante della privacy italiano ha fermato ufficialmente il trattamento dei dati degli utenti nazionali, replicando quanto già avvenuto nel 2023 con ChatGPT. Anche questa volta la ragione è la stessa: la mancanza di garanzie chiare sulla raccolta e sull’uso delle informazioni personali.
VPN e accesso libero: perché Deepseek resta online nonostante il divieto
Da mesi l’Autorità tenta di formalizzare l’istruttoria nei confronti delle società riconducibili al progetto cinese, DeepSeek Artificial Intelligence e Beijing DeepSeek Artificial Intelligence, ma ogni tentativo è caduto nel vuoto. Le email non ricevono risposta e le raccomandate, inviate agli indirizzi ufficiali, rientrano in Italia senza che nessuno si sia preoccupato di ritirarle. Una situazione che ha trasformato il provvedimento in un vero rompicapo burocratico.
L’unico segnale arrivato dalle due società è stato un messaggio inequivocabile: dichiararsi al di fuori della giurisdizione europea, sostenendo di non operare sul territorio italiano e quindi di non dover rispettare le normative vigenti. Subito dopo, con la notifica del blocco, è calato il silenzio assoluto. Da quel momento in poi non è arrivata più alcuna comunicazione, lasciando il Garante in un vicolo cieco.
Neppure il coinvolgimento dell’ambasciata italiana a Pechino ha sbloccato la vicenda. I documenti trasmessi in via diplomatica sono stati rispediti attraverso una raccomandata nazionale, ma anche questa volta senza alcun esito. Di fronte all’ennesimo insuccesso, l’Autorità si è rivolta a un legale locale, trovandosi però frenata dalla mancanza di un accordo bilaterale tra Italia e Cina sugli atti amministrativi.
Il problema principale resta l’impossibilità materiale di rendere effettivo lo stop. Il Garante non dispone di strumenti tecnici diretti per oscurare il sito, a differenza di quanto accade con Agcom, che può bloccare i portali pirata legati alle trasmissioni sportive. Servirebbero poteri simili, capaci di imporre ai provider la sospensione dell’accesso a servizi che operano in aperta violazione delle norme sulla privacy. Senza questi strumenti, il blocco rimane soprattutto simbolico e la piattaforma cinese continua a navigare indisturbata, sfuggendo a ogni tentativo di controllo.
