Negli Stati Uniti c’è un’idea che suona quasi come fantascienza: prendere le scorie nucleari, quelle che da sempre ci immaginiamo come il lato oscuro dell’energia atomica, e trasformarle in una risorsa preziosissima. Non un semplice riciclo, ma una vera metamorfosi, perché da quei materiali tanto ingombranti e difficili da gestire si potrebbe ottenere il trizio, un isotopo dell’idrogeno che potrebbe alimentare i reattori a fusione.
Trasformare le scorie nucleari in trizio
La fusione è il grande sogno dell’energia pulita: invece di spezzare gli atomi, come accade oggi con la fissione, li unisce, liberando energia in abbondanza e quasi nessun rifiuto. È lo stesso meccanismo che tiene accese le stelle, solo che sulla Terra è ancora una sfida enorme da domare. Perché se il deuterio, l’altro combustibile della fusione, si trova facilmente nell’acqua, il trizio è rarissimo. Così raro che negli Stati Uniti non se ne produce, e il mondo dipende soprattutto dal Canada. Parliamo di un mercato minuscolo e carissimo: il valore di un chilo di trizio si aggira attorno ai 33 milioni di euro. In totale, si stima che sulla Terra ce ne siano appena 25 chili, abbastanza per far funzionare la rete elettrica di mezzo milione di case… ma solo per sei mesi.
È qui che entra in scena Terence Tarnowsky, fisico del Los Alamos National Laboratory, che con le sue simulazioni propone una strada alternativa: usare un acceleratore di particelle per “bombardare” parte delle scorie radioattive accumulate nel Paese. In questo processo si liberano neutroni che, attraverso una catena di reazioni, portano alla nascita di nuovo trizio. La cosa interessante è che, a differenza delle centrali a fissione tradizionali, questo sistema si potrebbe fermare in qualsiasi momento semplicemente spegnendo l’acceleratore. Un margine di sicurezza non da poco.
Fissione addio? Gli scarti radioattivi diventano combustibile per la fusione
Le proiezioni non sono fantascienza: secondo i calcoli, un impianto da un gigawatt sarebbe in grado di produrre circa due chili di trizio ogni anno, cioè più di dieci volte rispetto a quello che uscirebbe da un reattore a fusione di pari potenza. Tarnowsky sta anche lavorando a versioni più raffinate del modello, sperimentando l’uso di sali di litio fusi come contenitore del materiale radioattivo, una tecnologia già testata altrove.
Il progetto ha già ricevuto il sostegno di Los Alamos e della National Nuclear Security Administration e sarà presentato al congresso dell’American Chemical Society. L’idea affascina perché ribalta completamente la prospettiva: ciò che finora è stato il simbolo del “problema” nucleare potrebbe diventare l’ingrediente per realizzare la sua promessa più luminosa. Una sorta di riscatto della materia, dal fardello al futuro.
