C’è qualcosa di affascinante nel pensare che, in un’epoca dominata da intelligenze artificiali e missioni spaziali, per costruire in modo più sostenibile potremmo dover tornare indietro di duemila anni. L’industria del cemento – silenziosa, onnipresente, insospettabilmente impattante – è una delle maggiori responsabili delle emissioni globali: circa l’8% del totale, tanto per dare un’idea della portata. È un numero che stona, soprattutto se si considera che parliamo di un materiale che usiamo ovunque, ma che spesso non vediamo nemmeno.
Dal Colosseo al green building: il cemento romano può ispirarci davvero
Ed è proprio da questa impasse che nasce una delle sfide più interessanti dell’ingegneria contemporanea: trovare un modo per produrre calcestruzzo senza distruggere l’ambiente. La sorpresa? Una possibile risposta arriva direttamente dall’antica Roma. Già, perché alcuni edifici costruiti oltre venti secoli fa sono ancora lì, in piedi, e in certi casi addirittura in riva al mare, dove il sale e le intemperie dovrebbero averli consumati da tempo. Come ci sono riusciti?
La risposta sembra stare nella miscela romana. Il calcestruzzo romano, a quanto pare, ha una sorta di superpotere: è capace di autoripararsi. Quando si formano delle crepe, una reazione chimica attivata dall’acqua fa sì che il materiale si “chiuda” da solo, prolungando così la vita della struttura in modo sorprendente. Non male, se si pensa che quello moderno, invece, spesso si rompe proprio a causa dell’acciaio al suo interno, che con la ruggine si espande e lo danneggia.
Ma c’è un però. Uno studio recente ha smorzato un po’ l’entusiasmo: produrre quel tipo di calcestruzzo, oggi, comporterebbe un impatto ambientale iniziale maggiore rispetto al cemento attuale. Più acqua, più emissioni. Quindi? Il punto è che tutto cambia se si considera la durata: se una costruzione in stile romano dura almeno il 40% in più di una moderna, il bilancio delle emissioni si riequilibra. E se poi quella struttura dura ancora di più? Beh, allora siamo sulla strada giusta.
E non è solo questione di “ingredienti”. I romani usavano calce, sì, ma anche ceneri vulcaniche e – dettaglio non da poco – bruciavano legna per riscaldare i forni, non combustibili fossili. Secondo alcuni modelli, solo questo cambio abbatterebbe drasticamente alcuni inquinanti atmosferici.
Forse, quindi, la lezione non è copiare pedissequamente le tecniche antiche, ma prendere ispirazione: usare meglio ciò che già conosciamo, metterlo in dialogo con le tecnologie di oggi, e costruire non solo edifici più duraturi, ma un futuro che valga davvero la pena abitare.
