La notizia ha fatto rapidamente il giro dei corridoi europei: Donald Trump ha scritto alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen annunciando dazi commerciali del 30%. Sì, proprio così. Trentapercento. E anche se nessuno si è ancora strappato i capelli ufficialmente, l’atmosfera è tesa. Perché questa volta le ripercussioni si fanno sentire — e non solo sulla carta.
Export UE sotto pressione: dazi Trump colpiscono alimentare, moda e tech
Nel mirino finiscono settori chiave per l’economia italiana: alimentare, meccanica, farmaceutica, moda. Quelli che da sempre trainano l’export e che ora si trovano a fare i conti con un bel punto interrogativo. L’augurio, ovviamente, è che si riesca a trovare un accordo prima del primo agosto, quando i dazi dovrebbero scattare ufficialmente. Ma la posizione dell’Europa è chiara: si può discutere, certo, ma non sulle regole interne. Come ha detto il vicedirettore Rubinacci, “la legislazione UE non è oggetto di negoziazione”. E quindi la trattativa parte già con una bella frizione.
Nel frattempo, negli Stati Uniti, la questione prende una piega più concreta: si prevede che i prezzi dei prodotti tecnologici — smartphone, portatili e compagnia — possano aumentare di almeno il 10% nella seconda metà dell’anno. E questo solo considerando una media del 20% di dazi, figurarsi con il 30%. I produttori, prevedibilmente, cercheranno di stringere i bulloni della supply chain per non spaventare troppo i clienti, ma la paura è che il potere d’acquisto cominci a cedere, portandosi dietro anche l’offerta.
Nessuno, però, vuole essere il primo ad alzare i prezzi. È un gioco di nervi: chi lo fa per primo rischia di perdere clienti, ma intanto le scorte stanno finendo. In tanti hanno fatto il pieno nei magazzini USA nelle scorse settimane, sperando di guadagnare tempo. Ma finiranno anche quelle. ASUS potrebbe reggere per qualche mese, Acer al massimo due. Poi si dovrà tornare a importare, e lì il rincaro sarà inevitabile.
Il paradosso? Proprio adesso che il settore PC aveva ricominciato a respirare (+6,5% nel secondo trimestre), il mercato rischia di incepparsi di nuovo. Ma stavolta non per colpa del calo della domanda, bensì per l’ennesima battaglia doganale.
