Chi avrebbe mai detto che, nel 2025, gran parte della nostra memoria digitale a lungo termine fosse ancora affidata ai nastri magnetici? Sì, proprio quei nastri — tecnologia che risale a più di settant’anni fa — usati per l’archiviazione fredda, il cosiddetto “cold storage”. Nessuno ne parla molto, eppure è su quei chilometri di nastro che finiscono i backup delle grandi aziende, gli archivi dei servizi cloud, persino i dati dei social che usiamo ogni giorno.
HoloMem rivoluziona lo storage con nastri olografici da 200 TB
Il punto è che l’alternativa c’è, ma farsi largo in un settore così standardizzato è un’impresa. Eppure una startup inglese, HoloMem, ci sta provando in modo piuttosto intelligente: invece di reinventare tutto da zero, ha trovato il modo di migliorare drasticamente quello che già esiste, usando una tecnologia che sembra uscita da un film di fantascienza… ma con i piedi ben piantati per terra.
HoloMem nasce da un’intuizione di Charlie Gale, ex designer alla Dyson, uno che di tecnologia ne ha masticata parecchia — anche se il colpo di genio, racconta, gli è arrivato lavorando su etichette adesive olografiche. Da lì l’idea: e se anziché scrivere i dati su nastri magnetici, si usassero nastri olografici? Più capienti, più longevi, e soprattutto compatibili con l’hardware già in uso.
Qui entra in scena il pezzo forte: una cartuccia HoloMem da 200 terabyte occupa meno spazio di una LTO da 18 TB, costa poco (il laser per leggerla è roba da 5 dollari) e — dettaglio non da poco — può essere inserita negli stessi impianti robotici già in funzione nei data center. Nessuna rivoluzione infrastrutturale, insomma. Solo una tecnologia nuova dentro un contenitore familiare.
Altri nomi grossi stanno cercando strade alternative: Microsoft, ad esempio, lavora su vetro con il suo Project Silica. Ma mentre loro immaginano il domani, HoloMem sembra puntare a un “dopodomani” molto concreto, con tanto di prototipo funzionante e il supporto di investitori seri, incluso l’incubatore di Intel. C’è già anche un primo cliente pronto a testare tutto sul campo, la società britannica TechRe.
Insomma, la rivoluzione potrebbe arrivare in silenzio, nascosta in una cartuccia che sembra la solita di sempre. Solo che dentro c’è un piccolo cambio di paradigma.
