Quel che resta di lui è un corpo senza nome, scavato più di un secolo fa in un villaggio egiziano a sud del Cairo. Nessuna statua, nessun papiro, nessun sigillo reale. Solo un dente, dimenticato per decenni in un museo, che oggi – grazie alla genetica – racconta una storia che nessun geroglifico aveva mai scritto.
Il primo genoma completo del 3° millennio a.C. riscrive storia e gerarchie
Ci troviamo tra il 2855 e il 2570 a.C., un’epoca in cui in Egitto cominciavano a innalzarsi le prime piramidi e il tornio da vasaio faceva la sua comparsa tra gli strumenti dell’artigianato. Ed è proprio qui che lo ritroviamo: un uomo che, a quanto pare, ha passato la vita piegato sul tornio, a modellare argilla. Lo dicono le sue ossa. Non per modo di dire, ma letteralmente. I suoi fianchi, per esempio, mostrano un’anomalia compatibile con movimenti ampi e ripetitivi delle braccia – proprio come quelli di chi lavora l’argilla per ore. E poi c’è quel dettaglio che ha fatto scattare la scintilla tra i ricercatori: una forma molto localizzata di artrite, nel piede destro. Il segno distintivo di chi usava un tornio a pedale. Un gesto ripetuto migliaia di volte, abbastanza da lasciare traccia indelebile nel suo corpo.
Ma ciò che colpisce non è solo la sua professione, bensì il contesto in cui è stato ritrovato. La sepoltura, infatti, suggerisce uno status sociale più elevato di quello previsto per un semplice artigiano. È possibile che fosse un maestro del suo mestiere, magari famoso, magari rispettato, forse persino ricco. Uno di quei casi – sì, anche nel 3° millennio a.C. – in cui il talento riesce a riscrivere le regole della società.
Il vero colpo di scena, però, è che tutto questo è stato possibile solo perché il suo corpo non è stato mummificato. A differenza dei rituali successivi, qui niente unguenti, niente resine: la decomposizione naturale ha lasciato intatto il DNA. Una fortuna per la scienza, che finora aveva fallito nell’estrazione genetica da resti così antichi. Il suo genoma è il primo mai ricostruito completamente per un individuo vissuto in quell’epoca, e racconta anche un po’ delle sue origini: per l’80% nordafricane, per il resto mesopotamiche.
Non sapremo mai il suo nome, ma sappiamo cosa faceva, dove viveva, da dove venivano i suoi antenati e forse anche che tipo di rispetto gli tributava la sua comunità. È strano pensarlo, ma oggi, più di quattromila anni dopo, quell’uomo che modellava vasi ci ha lasciato qualcosa di molto più personale di una statua o di una firma: ci ha lasciato se stesso.
