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L’idea era suggestiva per alcuni, anche se controversa per altri. Inviare nello spazio una piccola capsula con ceneri e campioni di DNA di persone decedute, vista per certi veri come forma di commemorazione unica, ma rivelatasi un rischio non da poco. La capsula è stata lanciata in orbita tramite un razzo ad uso commerciale e ha completato la sua traiettoria per poi rientrare nell’atmosfera per un ammaraggio controllato. Tuttavia, qualcosa è andato storto.
Nonostante il rientro fosse pianificato nei minimi dettagli, la capsula non è mai stata ritrovata. Le operazioni di recupero nell’oceano si sono rivelate più difficili del previsto, complicate anche a causa delle condizioni meteo e dalla scarsa precisione dei segnali di localizzazione. Questo ha sollevato domande sia tecniche che etiche su quanto accaduto. Come viene tracciata una capsula del genere e qual è il piano B se qualcosa va storto? E soprattutto: le famiglie coinvolte erano consapevoli dei rischi che potevano esserci?
Il lancio memoriale di Celestis ha preso una piega inaspettata, la capsula contenente DNA e ceneri non è stata più ritrovata
Celestis che si è occupata della missione ha spiegato che l’esperienza è comunque “valida simbolicamente”, anche se la capsula è andata persa tra le acque. Ma molti utenti e osservatori hanno espresso perplessità in merito a queste dichiarazioni. Da un lato ci sono state critiche per lo più per la gestione dell’operazione, dall’altro per la crescente tendenza a monetizzare lo spazio con iniziative borderline tra commemorazione e marketing.
Il caso apre anche un’altra riflessione: con sempre più aziende che operano nello spazio, ci si chiede quali siano le regole di trasparenza che dovrebbero esserci e su chi controlla le promesse fatte ai consumatori in un settore ancora poco regolato come questo.










