Negli ultimi mesi, le smart TV connesse alla rete stanno accogliendo un numero crescente di emittenti non autorizzate, apparse senza bandi pubblici né concessioni formali. Il fenomeno ruota attorno a HbbTV, una tecnologia ibrida che combina la trasmissione classica con quella via Internet, permettendo a chiunque abbia un flusso video online di inserirsi nel sistema.
La vulnerabilità nasce dal fatto che molte smart TV interpretano l’HbbTV come canale integrato al digitale terrestre, pur non essendolo. Basta sfruttare uno slot vuoto nel telecomando, inserire un link video e l’emittente appare come fosse un canale televisivo a tutti gli effetti. In questo modo, diversi soggetti stanno occupando posizioni secondarie ma visibili, intercettando una quota di pubblico sufficiente a generare ricavi pubblicitari.
Nessuna concessione, nessun vincolo: un vantaggio sleale, forse
I broadcaster che usano HbbTV in questo modo non sono soggetti agli obblighi previsti per le emittenti tradizionali: non pagano concessioni, non devono rispettare palinsesti prestabiliti e operano senza le regole editoriali comuni. Un vantaggio competitivo che ha inevitabilmente sollevato preoccupazioni tra gli operatori storici, già in difficoltà per il calo degli investimenti pubblicitari e la frammentazione dell’audience.
A differenza dei canali tradizionali, queste emittenti “parallele” riescono ad apparire direttamente nelle numerazioni secondarie dei telecomandi delle smart TV, senza passare dal MUX del digitale terrestre. Un fenomeno che sfrutta la mancanza di regole chiare su un terreno ancora in evoluzione, dove l’ibridazione tra trasmissione e streaming apre scenari inediti.
L’intervento di AgCom e il futuro della TV ibrida
Tale situazione ha fatto partire automaticamente una consultazione pubblica ad opera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Lo scopo è quello di definire nuovi criteri di accesso e uso dell’HbbTV, facendo sì che tutto vada secondo le regole UE 295/2023 sui servizi audiovisivi via Internet. La strada tracciata dunque sembra voler regolarizzare tutto ciò evitando la repressione.
Nel frattempo, il mercato resta instabile. I nuovi canali digitali guadagnano terreno, sfruttando la tecnologia e la flessibilità normativa, mentre le realtà editoriali consolidate devono affrontare un ulteriore squilibrio. Il rischio è una frattura tra chi investe nel rispetto delle regole e chi, pur senza requisiti, riesce a ottenere visibilità e ritorni economici grazie a un’interpretazione tecnica non ancora regolamentata.
