Hai presente quelle sostanze che una volta entrate nell’ambiente… non se ne vanno più? Ecco, parliamo proprio di quelle. Sono i PFAS, noti anche come sostanze chimiche eterne, perché non si degradano con il tempo e tendono ad accumularsi — nei terreni, nelle acque, e purtroppo anche nei nostri corpi. Insomma, non sono esattamente il tipo di coinquilini che vuoi avere.
PFAS in acqua: tra scienza, politica e scelte discutibili
Negli ultimi anni, se ne è parlato parecchio. E con buone ragioni: sono ovunque, dai tessuti impermeabili agli imballaggi alimentari, fino all’acqua che beviamo. Proprio per questo, nell’aprile 2024, l’amministrazione Biden aveva fatto un passo importante: nuovi limiti più severi per alcune varianti di PFAS (nomi da laboratorio come PFOA, PFOS, GenX…), con l’obiettivo di proteggere la salute pubblica, soprattutto attraverso l’acqua potabile.
Ma ora sembra che il vento stia cambiando di nuovo. L’EPA (l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) sta valutando di alleggerire proprio quelle regole, lasciando intatti i limiti solo per due sostanze (PFOA e PFOS) e rimandando le decisioni su tutte le altre. La scadenza per adeguarsi alle nuove regole? Rimandata di due anni.
Secondo l’EPA, gli impianti idrici avranno più tempo e supporto. Ma non tutti sono convinti. Diverse associazioni ambientaliste avvertono che si rischia di fare un passo indietro proprio quando la scienza ha parlato chiaro: anche piccole quantità di PFAS possono fare danni seri alla salute.
Ken Cook, presidente del gruppo ambientalista EWG, lo dice senza mezzi termini: “Questa non è politica, è scienza.” E aggiunge che la crisi non riguarda solo due composti su decine: serve un piano per eliminare i PFAS dall’acqua, non per abbassare la guardia.
Insomma, mentre da una parte si parla di maggiore flessibilità, dall’altra cresce il timore che si stia tornando a una gestione troppo morbida su un tema che tocca tutti — letteralmente, visto che parliamo di ciò che beviamo ogni giorno.
