Parliamoci chiaro: quando sentiamo parlare di “economia circolare” spesso pensiamo subito ai rifiuti, al riciclo, magari a qualche slogan un po’ vago sull’ambiente. Ma dietro queste due parole c’è molto di più. E lo ha dimostrato anche la 7ª Conferenza nazionale sull’economia circolare, che si è tenuta il 15 maggio e che ha portato dati freschi (e parecchio interessanti) grazie al nuovo rapporto realizzato con ENEA.
Dal riciclo all’eco-design: la nuova sfida dell’economia circolare italiana
La prima cosa da sapere? L’Italia se la sta cavando decisamente bene. A livello europeo, siamo secondi solo ai Paesi Bassi per performance complessive legate all’economia circolare. Il che significa, per esempio, che ricicliamo tanto (oltre il 50%) e consumiamo meno materiali rispetto alla media europea — anche se quel numero è in leggera crescita. E non è solo una questione ambientale: si tratta anche di competitività, innovazione e risparmio.
Secondo Cassa Depositi e Prestiti, nel 2024 le imprese italiane che hanno adottato pratiche “circolari” hanno risparmiato 16,4 miliardi di euro. Non bruscolini. Questo perché, oltre a tagliare le emissioni e i consumi energetici, queste strategie aiutano le aziende a lavorare meglio e spendere meno. Ma — e c’è sempre un “ma” — c’è ancora troppa enfasi sulla fine del ciclo (cioè sul trattamento dei rifiuti), mentre servirebbe spostare il focus a monte, sin dalla fase di progettazione: parliamo di eco-design e valorizzazione delle cosiddette “materie prime seconde”.
E qui entrano in scena le biotecnologie, che stanno diventando protagoniste nella transizione verso un modello più sostenibile. Claudia Brunori di ENEA lo ha detto chiaramente: una delle sfide più urgenti è ridurre la dipendenza dell’Europa da materie prime critiche importate dall’estero. L’Italia, in questo, è già in movimento, con progetti per il recupero del fosforo da fonti alternative (tipo fanghi e acque reflue… lo so, non suona benissimo, ma è fondamentale).
Guardando avanti, al 2030, se l’Italia continuerà a spingere sull’economia circolare in modo ambizioso, i benefici potrebbero essere enormi: meno consumo di risorse (-14,5%), meno rifiuti (-17 milioni di tonnellate), meno importazioni (-82 miliardi di euro!) e un bel passo in avanti verso gli obiettivi climatici.
Insomma, non è solo un discorso green: è un’opportunità economica e strategica per il Paese. Il Clean Industrial Deal europeo punta a raddoppiare il tasso di circolarità, e l’Italia può giocarsi un ruolo da protagonista. Ma serve un piano: politiche industriali più forti, investimenti mirati e il coraggio, da parte delle imprese, di innovare davvero.
Quindi sì, l’economia circolare può rilanciare il Made in Italy. Ma non sarà una passeggiata. Bisognerà cambiare mentalità, abbracciare l’innovazione e, perché no, fare squadra.
