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Esiti della riforma: il diesel costa di più per finanziare il trasporto pubblico
La nuova riforma fiscale rivede i valori accise portandole a 71,34 centesimi per ogni litro di benzina e a 63,24 per il diesel. Questa prima modifica, come detto, rappresenta solo l’inizio di un percorso che durerà cinque anni e, il cui scopo, è quello allineare pian piano la tassazione sui due principali carburanti. Il principio alla base è molto chiaro. Il Governo intende ridurre il vantaggio fiscale che, da tempo, ha premiato il diesel nonostante il suo maggiore impatto sull’ambiente. Si tratta, in effetti, di uno dei tanti cosiddetti “sussidi ambientalmente dannosi” che Bruxelles da tempo chiede di rimuovere.
Non si tratta però solo di una questione ambientale. In quanto l’aumento delle accise sul diesel porterà anche a nuove risorse nelle casse dello Stato, che saranno utilizzate per migliorare il trasporto pubblico locale. Lo stabilisce lo stesso decreto, destinando le entrate aggiuntive al Fondo nazionale per il concorso finanziario agli oneri del trasporto pubblico. In particolare, tali risorse serviranno a coprire i costi legati al rinnovo dei contratti del settore.
Il Governo, quindi, punta a riformare il sistema fiscale con un duplice obiettivo. Da una parte scoraggiare l’uso di carburanti più inquinanti, dall’ altra migliorare i servizi di mobilità pubblica. Una strategia che cerca di trovare un equilibrio tra esigenze economiche, ambientali e sociali. Anche se gli effetti immediati per gli automobilisti saranno minimi, il segnale è forte. Siamo di fronte ad una nuova fase nella politica energetica nazionale, la quale pone finalmente lo sguardo verso la sostenibilità e la giustizia fiscale.










