Un’indagine condotta su dati d’archivio dell’osservatorio spaziale europeo Herschel ha portato a una scoperta potenzialmente rivoluzionaria: l’esistenza di un vasto numero di galassie finora invisibili, occultate dalla polvere cosmica. Queste galassie potrebbero essere le principali responsabili di un’anomalia da tempo osservata nella radiazione cosmica di fondo nell’infrarosso lontano, un tipo di luce molto debole ma pervasiva che permea l’universo e che supera l’intensità che ci aspetteremmo osservando solo le galassie visibili con telescopi ottici o infrarossi convenzionali.
La polvere cosmica, prodotta in grandi quantità nelle fasi finali della vita delle stelle, è una componente essenziale nella formazione stellare. Quando la luce delle giovani stelle riscalda questa polvere, essa emette radiazione nell’infrarosso lontano. Tuttavia, la polvere può anche schermare completamente la luce visibile proveniente dalle stelle, rendendo l’intera galassia virtualmente invisibile ai nostri strumenti tradizionali. Gli scienziati hanno così ipotizzato che esistano galassie altamente attive nella formazione stellare, ma celate dalla polvere, che contribuiscono al fondo cosmico infrarosso.
Il contributo fondamentale di Herschel per la scoperta di nuove galassie nell’universo
Il gruppo di ricerca guidato da Chris Pearson ha analizzato un’area di cielo apparentemente vuota, usata per la calibrazione dello strumento SPIRE di Herschel. Combinando 141 immagini del cosiddetto “campo oscuro”, i ricercatori hanno migliorato il rapporto segnale/rumore, ottenendo la visione più profonda mai realizzata dell’universo in infrarosso lontano. In questa regione sono state identificate ben 1848 sorgenti di radiazione infrarossa, rivelatesi molto probabilmente galassie polverose con intensa attività di formazione stellare.
La difficoltà principale dell’analisi risiede nella bassa risoluzione spaziale tipica delle lunghezze d’onda infrarosse, che impedisce una visione chiara delle strutture osservate. Tuttavia, grazie a sofisticate tecniche statistiche, il team ha dedotto che queste sorgenti rappresentano galassie nane in fase di formazione, distribuite a diverse distanze cosmiche. Estendendo questi dati all’intero cielo, si ipotizza l’esistenza di una popolazione immensa di galassie simili, che nel loro insieme contribuiscono in modo significativo all’energia totale dell’universo.
Queste galassie potrebbero essere state osservate in precedenza, ma solo ora si riesce a comprenderne meglio l’entità grazie a questa nuova tecnica d’analisi. Per confermare definitivamente l’esistenza di tali galassie e approfondirne le caratteristiche fisiche, si attendono missioni future. Un esempio è la proposta missione PRIMA della NASA, che potrebbe rivelare dettagli cruciali tramite spettroscopia nell’infrarosso lontano, come la composizione, il tasso di formazione stellare e la distanza di queste galassie nascoste. Se siete interessati all’argomento, vi consigliamo articoli simili.
