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Mini-fegati stampati in 3D, ecco i primi organoidi funzionanti

scritto da Eduardo Bleve 02/04/2020 0 commenti 1 Minuti lettura
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Uno studio condotto presso il Centro di ricerca sul genoma umano e sulle cellule staminali ospitato dall’Università di San Paolo, ha ottenuto risultati veramente brillanti, riuscendo per la prima volta a produrre un tessuto funzionante, in grado di espletare alcune funzioni epatiche essenziali, come la produzione di alcune proteine vitali, la conservazione di determinate vitamine e la produzione di bile.

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Tale innovazione è stata possibile tramite un cocktail efficace di tecniche di bioingegneria, come la riprogrammazione cellulare, la coltivazione di cellule staminali pluripotenti e la stampa delle stesse attraverso specifiche stampanti 3D.

La metodica adoperata sulle cellule

La metodica inizia con il prelievo di cellule dal sangue, le quali una volta raccolte vanno incontro ad un processo di riprogrammazione, il quale porta ad una regressione verso lo  stato di pluripotenza, caratteristico delle cellule staminali. Una volta terminato questo processo, mediante alcuni stimoli efettori si fa differenziare la cellula in direzione di quella epatica.

Fin qui tutto nelle norma, la differenza sta nell’inclusione delle cellule nel bioinchiostro, le quali non vengono più incluse singolarmente, bensì in piccoli cluster di 10 o più cellule, proprio questo è il dettaglio più importante, poichè le cellule, se mantenute in piccoli gruppi, conservano meglio la loro funzionalità tissutale rispetto a quelle isolate.

L’intuizione è pressoché geniale, poichè questi grumi di cellule o sferoidi, sono la base funzionale di un tessuto, dal momento che la base morfologica che costituisce i tessuti funzionanti sono proprio i gruppi di cellule, non quelle isolate.

L’intero processo richiede circa 90 giorni per essere ultimato, dal prelievo di sangue fino alla creazione del tessuto funzionale e in futuro, se opportunamente sviluppato, potrebbe portare grandi benefici in campo trapianti, dal momento che si potrebbe tranquillamente creare un nuovo organo dalle stesse cellule del paziente, invece che aspettare quello di un donatore, azzerando tra l’altro anche il rischio di rigetto.

Ancora una volta abbiamo avuto dimostrazione come le interazioni tra tecnologia e medicina possano portare a sviluppi eccezionali,

Fegatomedicinaricercascienza
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Eduardo Bleve
Eduardo Bleve

Studente di medicina e da sempre appassionato di tecnologia, musica e curiosità scientifiche.

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