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È notizia di ieri che il Ministro Giapponese dell’ambiente Yoshaki Harada ha annunciato l’intenzione di riversare nell’oceano le acque di raffreddamento dei reattori danneggiati di Fukushima.

La notizia ha creato non poco scompiglio, sia nel dibattito pubblico sia sui social network, e la notizia è rimbalzata velocemente da una parte all’altra destando la perplessità, se non addirittura lo sdegno, di moltissimi utenti.

Però, come avviene spesso in questi casi, la realtà si configura in maniera più complessa rispetto a quanto non si creda – o talvolta non si voglia far credere – e cadere in facili allarmismi è tanto semplice quanto deleterio. Il rischio che si corre, infatti, sarebbe di liquidare la faccenda in brevi sentenze quando andrebbero analizzati altri aspetti.

Nel valutare la situazione con maggior criterio, dunque, ci vengono in aiuto gli esperti della pagina Facebook Chi ha paura del buio, un gruppo di scienziati che da anni ormai si impegna nella lotta alle fake news e nell’analisi approfondita dei fenomeni astronomici, geologici e in questo caso ambientali.

Sversamento di acque radioattive nell’oceano: cosa c’è davvero sotto?

Anzitutto, come ricordano gli scienziati, bisogna fare una premessa. Per evitare il continuo rilascio di materiale radioattivo, i reattori danneggiati devono essere raffreddati con acqua battente. Però il raffreddamento non può avvenire a ciclo chiuso, perché l’acqua deve essere continuamente sostituita (altrimenti si innalzerebbe la sua temperatura e non ci sarebbe alcun raffreddamento effettivo). In particolare, per quelli di Fukushima, sono stati impiegati oltre 1,09 milioni di tonnellate.

Tecnicamente si tratta quindi di acqua radioattiva, perché a contatto con i reattori ne assorbe la radioattività. Ma successivamente quest’acqua viene filtrata e decontaminata dai radionuclidi. Il processo di decontaminazione, che comunque precede lo stoccaggio di quest’acqua in appositi contenitori, elimina tutte le sostanze radioattive ad eccezione del trizio. Quest’elemento, infatti, è un isotopo dell’idrogeno (avente tre neutroni, un elettrone e un protone) ed è praticamente impossibile da distinguere rispetto all’idrogeno che conosciamo meglio.

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Il problema fondamentale sotto in queste ore, dunque, era un problema già previsto da anni proprio per questo principio di funzionamento. L’annuncio è arrivato ora perché solo ora si sta esaurendo lo spazio dei contenitori per lo stoccaggio.

Tra le varie ipotesi, lo sversamento in mare appare dunque la meno problematica. Ma come, direte voi? Si può pensare di rilasciare in mare tonnellate di acqua con trizio radioattivo?

Anzitutto, va precisato che fortunatamente il trizio radioattivo è molto meno pericoloso di altre forme di radioattività, ed essendo poco radioattivo, decade rilasciando 70 volte meno l’energia del potassio-40 (che, come ci ricordano gli studiosi, è presente nelle banane che mangiamo).

Qui entrano in gioco le normative sulla quantità massima di radioattività che può essere presente in un l di acqua. La più stringente, che è quella Europea, afferma che la quantità di radiazioni in un litro di acque oceaniche non deve superare i 70 decadimenti al secondo. Essendo l’acqua di Fukushima sul milione di decadimenti di trizio al secondo, per renderla sicura andrebbe diluita in almeno 10^13 litri di acqua. Il Pacifico ne possiede 10^20 litri, quindi se lo sversamento venisse fatto in maniera opportuna e dilazionato nel tempo, oltre che sufficientemente lontano dalle coste, non si avrebbero problemi.