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YouTube come arma di ricatto: per la Cassazione è reato

scritto da Tommaso Calabrese 09/10/2015 0 commenti 1 Minuti lettura
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YouTube non può essere usato per minacciare qualcuno

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Utilizzare YouTube per costringere qualcuno a fare qualcosa contro la sua volontà minacciandolo di pubblicare video e filmati intimi sul portale è considerato un reato e una violazione della privacy. A deciderlo è la Cassazione, che ha rifiutato l’appello di un tale che aveva fatto ricorso in seguito alla denuncia della sua ex fidanzata.

Molto spesso YouTube viene utilizzato per minacciare le persone. Che si tratti di uno scherzo per prendere in giro un amico o in casi più gravi per costringere qualcuno a fare qualcosa contro la propria volontà, il portale video più noto del mondo è spesso teatro di violazioni di ogni genere. La Cassazione ha rifiutato l’appello di un giovane che aveva fatto ricorso in seguito alla denuncia di violazione della privacy da parte della sua ex fidanzata.

La denuncia

Il fatto risale a diversi anni fa, e precisamente a marzo del 2004 quando Andrea C. aveva minacciato la sua ex fidanzata Silvia S. di caricare su YouTube un video in cui la ragazza appare in atteggiamenti intimi, col solo scopo di costringerla a mantenere un rapporto con lui. La ragazza ha subito provveduto a denunciare l’accaduto alla Corte d’Appello di Reggio Calabria per violazione della privacy. Andrea si è dunque rivolto alla Cassazione per difendersi, affermando che il video in questione era sì stato caricato online ma era privato e poteva essere visualizzato soltanto nel caso in cui fosse stato lui stesso a condividere il link. Il video non sarebbe mai apparso nei risultati di ricerca di YouTube o di Google. A sostegno della denuncia da parte della ragazza vi erano anche le e-mail minatorie del giovane, in cui avvertiva la vittima che la diffusione di un video del genere in una realtà piccola come quella di Reggio Calabria avrebbe portato molta gente a parlare e a creare un’immagine di lei che difficilmente sarebbe stata poi smontata.

La situazione è arrivata ad un epilogo soltanto in questi giorni, ben undici anni dopo: la Cassazione ha rifiutato l’appello del giovane, confermando che utilizzare YouTube come mezzo di minaccia per costringere qualcuno a fare qualcosa contro la sua volontà è considerato innanzitutto violazione della privacy ma anche e soprattutto un’atto di violenza privata. Il fatto che il video fosse nascosto e non raggiungibile non è un argomento di difesa valido, ed è proprio l’atto in sé che va condannato in quanto il video “era già stato inserito all’interno del circuito di YouTube“.

cassazioneprivacyyoutube
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Tommaso Calabrese
Tommaso Calabrese

Classe 1990, pugliese e laureato alla triennale di Lingue straniere, attualmente iscritto alla specialistica in Traduzione. Appassionato fin da bambino di tecnologia e videogiochi, mi sono avvicinato al mondo Android nel 2011 quando ho acquistato il mio primo smartphone. Da allora è stato amore a prima vista.

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