Devo ammettere una cosa: nel mio armadietto di redazione di cuffie circum-aurali ce ne sono parecchie, e ognuna ha trovato il suo momento di gloria. Ma quando Anker mi ha fatto arrivare in prova queste Space 2 mi sono detto, ok, vediamo cosa riesce a combinare oggi un paio di over-ear a poco più di cento euro. Perché è lì che si gioca la partita vera, non sui modelli da mille euro dove praticamente tutto funziona.
E invece mi sono trovato davanti a un prodotto che mi ha fatto ragionare su tante cose. Sull’idea stessa di cuffie da viaggio, sul rapporto fra ANC e autonomia, su quanto ancora le persone guardino al brand prima che al risultato effettivo. Ho passato poco più di due settimane con questo modello, usandolo davvero, non solo per i test. L’ho portato in ufficio, in metro, su un volo breve verso Milano, persino al CUS Roma durante le sessioni di tiro quando volevo isolarmi prima di una serie. La cosa che mi ha colpito subito è una: non si comportano come un prodotto di fascia media, ma nemmeno tentano di essere un flagship travestito. Sono semplicemente cuffie pensate con criterio.
Il posizionamento è chiaro. Chi compra un paio di cuffie con cancellazione attiva del rumore a questa cifra oggi non cerca la perfezione assoluta, cerca un compromesso intelligente. Batteria lunga, ANC efficace almeno sui bassi, comfort per viaggi lunghi, suono piacevole. Tutto il resto è gravy, come direbbero oltreoceano. La domanda vera è: Soundcore ha centrato il bersaglio o ha tirato sopra la riga? Risposta: dipende, e in questa recensione vi spiego perché la sfumatura conta più del verdetto secco. Attualmente è possibile acquistarle su Amazon Italia.
Unboxing, prime impressioni fuori dalla scatola
La confezione è sobria, quasi minimalista. Cartone riciclato, grafica pulita, una foto del prodotto sul fronte e le specifiche essenziali sul retro. Niente fronzoli, niente plastica inutile. Una scelta che apprezzo sempre di più, sia per ragioni ambientali sia perché, francamente, a certe cifre non ha senso sprecare soldi in packaging patinato che finisce nel cassonetto dopo dieci minuti.
Dentro, nell’ordine in cui le cose escono: le cuffie stesse, piegate e infilate in una custodia rigida di tessuto nero con cerniera, un cavo USB-C per la ricarica corto ma dignitoso, un cavo audio da 3,5 mm con terminali dritti per l’uso cablato, un adattatore per sedili aereo con doppio jack, la manualistica di rito in più lingue e una piccola garanzia cartacea. Sul fondo una bustina con due stickers Soundcore, dettaglio che ho trovato carino anche se un po’ da merchandising anni Duemila.
La custodia, pensavo peggio. È rigida quanto serve, si chiude con decisione, ha uno scomparto interno a rete per infilarci i cavi senza che vadano a graffiare i padiglioni. Non è Sony, non è Bose, ma fa il suo mestiere. Ho provato a metterla nello zaino insieme al MacBook e non ha ceduto di un millimetro. A conti fatti, la dotazione è più completa di quella di diversi concorrenti a prezzo simile, dove l’adattatore aereo di solito è il primo a saltare per tagliare sui costi. Piccolo bonus: c’è davvero.
Design e costruzione, estetica neutra per viaggiatori seri
Ho ricevuto la variante nera, e la prima cosa che ho pensato appoggiandola sulla scrivania è stata: va bene, sono cuffie. Discrete, senza grida di branding, senza finiture oro rosa o illuminazioni RGB. Il logo Soundcore c’è, è inciso, ma così piccolo che da lontano nemmeno si nota. Una scelta stilistica che sposo. Troppi produttori ancora oggi pensano che un logo gigante aumenti la percezione di valore, quando in realtà fa il contrario.
I materiali sono un mix di plastica e metallo. L’archetto ha un’anima in acciaio flessibile ricoperta da plastica morbida al tatto con una leggera texture opaca. I padiglioni sono in plastica, di buona qualità, ma niente che trasmetta la sensazione di lusso di un’alluminio spazzolato. Ed è giusto così, se no andavano altri duecento euro. I cuscinetti auricolari usano quella che Anker chiama pelle proteica con memory foam a ritorno lento. Non è pelle vera, sia chiaro, ma la sensazione al tatto è morbida, fresca, non scivolosa. Dopo due settimane di utilizzo non ho visto segni di sfaldamento né pieghe evidenti, però va detto che tempi di prova più lunghi servirebbero per giudicare la durabilità nel lungo periodo.
Il meccanismo di piegatura è classico: i padiglioni ruotano piatti per l’uso al collo e l’archetto si ripiega in dentro per infilarsi nella custodia. I click quando si allungano le aste sono netti, precisi, danno sensazione di robustezza. Pesa circa 265 grammi secondo la mia bilancia da cucina, dato coerente con quanto dichiarato. Non sono piuma, ma sulla testa si dimenticano abbastanza in fretta. Il peso è ben distribuito, non schiaccia in un punto solo. Ci tornerò nella sezione sul comfort prolungato perché lì la musica, è il caso di dirlo, cambia un po’.
Sul padiglione destro trovi i comandi fisici: pulsante di accensione, bilanciere per il volume e la traccia, tasto dedicato alla modalità ANC. Tutti tattili, niente touch capacitivo. Scelta che personalmente adoro, perché in movimento i comandi fisici non sbagliano un colpo, mentre quelli touch quando piove o hai i guanti diventano un incubo.
La cerniera di snodo del padiglione sinistro, quello dove si appoggia il jack da 3,5 mm per l’uso cablato, è protetta da un piccolo cappuccio in gomma. Dettaglio piccolo, ma che segnala attenzione costruttiva. Anche le aste di regolazione scorrono con precisione, con tacche regolari e nessun gioco laterale. Fra l’estetica e la robustezza percepita, la mia sensazione dopo due settimane è che siano cuffie pensate per durare, non oggetti usa-e-getta. Il che, al prezzo di listino, vale almeno una menzione a parte.
Specifiche tecniche
| Caratteristica | Dettaglio |
|---|---|
| Tipologia | Cuffie circum-aurali wireless con cancellazione attiva del rumore |
| Driver | Dinamici da 40 mm con diaframma a doppio strato |
| Risposta in frequenza | 20 Hz / 40 kHz (modalità cablata Hi-Res) |
| Cancellazione del rumore | ANC adattivo a 4 stadi con focus sulle basse frequenze |
| Microfoni per rilevamento rumore | 2 per padiglione (4 totali) |
| Connettività wireless | Bluetooth 5.3 |
| Codec supportati | SBC, AAC, LDAC |
| Connessione cablata | Jack da 3,5 mm con cavo incluso |
| Autonomia con ANC | Fino a 50 ore |
| Autonomia senza ANC | Fino a 70 ore |
| Ricarica rapida | 5 minuti di carica per 4 ore di ascolto |
| Porta di ricarica | USB-C |
| Peso | Circa 265 grammi |
| Pieghevoli | Sì, con custodia rigida inclusa |
| App dedicata | soundcore (Android e iOS) |
| Funzioni extra | Nap Mode con suoni ambientali integrati, EQ personalizzabile |
| Colori disponibili | Nero, bianco, verde |
| Prezzo di listino | 129,99 euro |
Hardware, cosa c’è dentro questi padiglioni
Il cuore audio è rappresentato da due driver dinamici da 40 mm con diaframma a doppio strato. Soluzione ormai diffusa in questa fascia, ma non scontata. Il doppio strato serve, in teoria, a ridurre le distorsioni nelle gamme estreme e a dare un suono più controllato sui volumi alti. Nella pratica, ci tornerò quando parlo di firma sonora, il risultato è piacevole anche se con qualche sbavatura.
Sul fronte della cancellazione del rumore, Anker dichiara un sistema a quattro stadi. Tradotto dal marketing: ci sono due microfoni per ciascun padiglione, un processore dedicato che genera i segnali anti-fase, una camera acustica pensata per gestire meglio le basse frequenze e infine i driver stessi che contribuiscono a generare il controsuono. Quattro stadi. Ok, il nome suona bene. Ma la domanda vera è: funziona? Nelle basse frequenze sì, parecchio. Sulle medie si difende. Sugli acuti è più limitato, ma è un limite fisiologico delle cuffie ANC di questa fascia, non un difetto specifico del prodotto.
Il modulo Bluetooth 5.3 è un 5.3, moderno, stabile, con supporto LDAC. E qui c’è un dettaglio interessante: non tutti in questa fascia includono LDAC. Molti si fermano ad aptX o addirittura al solo SBC e AAC. Avere LDAC significa poter sfruttare sorgenti ad alta risoluzione da Android e da DAP, a patto di accettare che le distanze utili di funzionamento si riducano un pelo. Per un amante della musica è un plus che si nota.
Batteria agli ioni di litio, ricarica via USB-C. Nessun wireless charging, ma francamente su delle cuffie è una funzione che cerco in pochissimi modelli premium. La gestione energetica è efficiente: le cuffie si spengono da sole dopo dieci minuti di inattività senza connessione, comportamento che si può disattivare dall’app se dà fastidio. A me non ha dato fastidio, anzi. I sensori interni rilevano quando sollevi un padiglione e mettono in pausa automaticamente, funzione ormai standard ma qui ben tarata: non si attiva per sbaglio e riprende subito quando ricollochi il padiglione.
App soundcore, più curata di quanto mi aspettassi
Ho installato l’app soundcore sul mio Android principale e sul secondo smartphone che uso per i test. Prima impressione: pulita, rapida, senza il solito dedalo di menù nidificati che ti fa desiderare di smettere di cercare. Il pairing è guidato passo passo, le cuffie vengono riconosciute al volo non appena le accendi nelle vicinanze.
La dashboard principale mostra lo stato di carica, la modalità ANC attiva (spento, trasparenza, attivo) e un’anteprima rapida dell’equalizzatore. Scendendo si trovano i preset EQ con varie opzioni di genere più uno custom a dieci bande. Dieci bande, non otto o cinque. Il che permette di intervenire con precisione anche sui dettagli più sottili. Io di solito parto dal preset Signature e lo modifico alzando leggermente i 2-4 kHz per dare più presenza alle voci, che tendono a essere un po’ arretrate nella firma di default.
Poi c’è la Nap Mode, che è la chicca di questo modello. Si tratta di una modalità che riproduce suoni ambientali integrati (pioggia, vento, rumore bianco, suoni da caffetteria e qualche altro) direttamente dalla memoria delle cuffie, senza bisogno di streaming. Utile quando vuoi staccare per venti minuti di siesta senza tenere il telefono in mano. Funziona così così, devo dire: gli ambienti sono pochi e la qualità audio del loop è decente ma non eccezionale. È una feature gradita ma non è il motivo per cui comprare queste cuffie.
Nella sezione impostazioni si può personalizzare il comportamento del tasto ANC (quali modalità includere nel ciclo), aggiornare il firmware (ne ho ricevuto uno durante i test, senza problemi), attivare o disattivare il risparmio energetico, gestire la doppia connessione Bluetooth. Sì, perché queste cuffie supportano il multipoint con due dispositivi contemporaneamente. Funzione che uso tutto il giorno fra laptop e telefono e che qui ha funzionato senza intoppi per tutta la durata del test. Un paio di volte si è persa l’audio del laptop quando è arrivata una chiamata, ma la ripresa è stata automatica entro pochi secondi.
Prestazioni e autonomia, qui si fa sul serio
Partiamo dai numeri, perché sull’autonomia Soundcore fa dichiarazioni grasse e bisogna verificare. I dati ufficiali parlano di 50 ore con ANC attivo e 70 ore con ANC disattivato. Ho provato entrambi gli scenari, non in modo esatto al minuto ma con test ragionati. Con ANC sempre attivo, volume al 60% via LDAC, la prima carica completa mi ha portato da lunedì mattina a giovedì sera usando le cuffie per circa sei-sette ore al giorno fra lavoro, passeggiate e viaggi in metro. Significa poco più di 45 ore effettive, che è in linea con la dichiarazione tenendo conto che LDAC drena più batteria di SBC.
Spegnendo l’ANC e passando a codec AAC, la curva si appiattisce in modo impressionante. Qui il marketing dei 70 ore, che di solito tratto sempre con sospetto, si rivela molto più realistico del previsto. Non sono arrivato a 70 esatte, ma neanche mi sono avvicinato al doverle ricaricare prima di una settimana di utilizzo ufficio a volume contenuto. Il punto è questo: per chi vive di videochiamate in casa, con ANC che serve a poco visto il silenzio dell’ambiente, queste cuffie diventano quasi un oggetto che non si ricarica mai.
La ricarica rapida è il colpo di teatro. Cinque minuti di collegamento alla porta USB-C, quattro ore di ascolto. L’ho provato apposta una mattina in cui le avevo dimenticate morte sulla scrivania: al momento di uscire mi sono accorto che erano spente, le ho collegate al caricatore del portatile il tempo di lavarmi i denti, e via. Al ritorno la sera erano ancora vive. Non è magia, è semplicemente una gestione elettrica ben fatta. A pieno regime una ricarica completa richiede circa un’ora e mezza, coerente con il target di mercato.
Piccola nota: non c’è indicatore percentuale preciso della batteria sulle cuffie stesse. La voce guida annuncia livelli generici (“batteria alta”, “batteria media”, “batteria bassa”) e la percentuale esatta la si vede solo dall’app o dalla barra di notifica di Android. In iOS funziona il widget di sistema, quindi lì il problema si pone meno.
Test sul campo, quindici giorni di utilizzo reale
Ok, arriviamo alla parte che, secondo me, fa la differenza fra una recensione utile e un copia-incolla di scheda tecnica. Quindici giorni di uso continuato, scenari diversi, appunti scritti a caldo quasi ogni sera. Provo a raccontarvela in modo ordinato, ma cronologicamente.
Primo giorno
Primo giorno, scrivania di casa, Roma centro storico. Connesso al MacBook per lavorare alla stesura di un articolo lungo. Ho messo una playlist jazz strumentale a volume moderato. L’impressione immediata è stata di un suono caldo, con bassi presenti ma non gonfi, voci lievemente indietreggiate. Il classico tuning “musicale” pensato per piacere a tutti, non neutro ma nemmeno sparato. Le cuffie sul primo test di comfort hanno retto bene due ore, poi ho iniziato a sentire una leggera pressione sulle orecchie superiori. Niente di grave, ma presente.
Terzo giorno
Terzo giorno, metro B direzione Termini, ora di punta. Qui l’ANC si è messo al lavoro sul serio. Il rombo del treno in galleria, che è la cosa che più mi stanca nei lunghi spostamenti, è stato abbattuto in modo sensibile. Non annullato, attenzione, ma trasformato in un sottofondo lontano che non richiede di alzare il volume per sentire la musica. Gli annunci della voce metallica registrata passano quasi intatti, come se l’algoritmo sapesse distinguere fra rumore da cancellare e voce da lasciar passare. Bene così. Le chiacchiere delle persone intorno invece sono attenuate ma udibili, cosa che a me non dà fastidio. Se stai cercando cuffie per isolarti totalmente dalla realtà sociale, queste non sono proprio per te.
Quinto giorno
Quinto giorno, volo Roma-Milano, Linate. Un’ora scarsa di tragitto, ma è proprio il caso d’uso dichiarato dal produttore e volevo vedere cosa succede in cabina. A motori accesi, l’ANC ha cancellato quasi tutto il rumore di fondo dei reattori. Quasi. Il rombo basso è stato ridotto in modo netto, mentre le frequenze medie tipo il sibilo della pressurizzazione restano più percepibili. Comunque, effetto positivo: durante il volo ho lavorato al portatile senza sentire il bisogno di alzare il volume oltre il 50%, cosa che mi sarebbe stata impossibile senza ANC.
Settimo giorno
Settimo giorno, CUS Roma, campo di tiro al coperto. Qui le ho usate in un contesto atipico: volevo isolarmi mentre mi preparavo mentalmente prima di un turno. Ho messo una playlist ambient a basso volume con ANC attivo. Il rumore dei compagni di tiro e degli allenatori è stato ridotto al punto da permettermi di concentrarmi sulla routine di respirazione. Anubi, il mio Malinois, dorme in macchina mentre tiro, quindi non c’era lui a complicare le cose. Esperienza ottima, anche se devo dire che per il tiro a distanza con la ricurva o la compound è sempre meglio affidarsi a protezioni passive dedicate. Qui parliamo di preparazione, non di tiro attivo.
Decimo giorno
Decimo giorno, passeggiata al parco con Dafne, la mia pastore svizzero bianco. Giornata ventosa, non troppo fredda. Le cuffie sono rimaste in posizione anche quando mi sono chinato per raccogliere palline e lanciargliele. Il vento sui microfoni esterni, quando passo in modalità trasparenza per sentire eventuali richiami, crea un leggero fruscio. Normale, nessun disastro, ma segnalato. In modalità ANC attivo il problema non si pone perché i microfoni esterni non sono in monitoring diretto.
Dodicesimo giorno
Dodicesimo giorno, videoconferenza lunga dalla scrivania, due ore filate con un cliente. Microfono integrato messo alla prova. Mi è stato detto che la voce arrivava chiara, senza echi, un po’ compressa come è tipico dei microfoni Bluetooth ma perfettamente comprensibile. Qualche volta il sistema di noise cancellation del microfono ha mangiato le consonanti iniziali di qualche parola, effetto abbastanza noto con questi algoritmi. Per call di lavoro regolari va bene, per registrare un podcast no, ma è una distinzione che va fatta per qualsiasi cuffia wireless in questa fascia.
Quindicesimo giorno
Quindicesimo giorno, tragitto in Cupra Formentor verso la mia casa fuori Roma. Queste cuffie le ho usate come passeggero ovviamente, non alla guida. Strada statale, finestrini chiusi, sospensioni che lavorano sui rattoppi. L’ANC ha fatto un lavoro onesto attenuando il rumore della strada, che poi è la tipologia di rumore più simile a quella di un aereo. Piacevolissimo il relax durante il tragitto di ritorno, con un audiolibro in sottofondo che non ho dovuto rimettere in pausa nemmeno una volta.
Fra gli altri contesti che ho esplorato nel corso del test, due mi hanno lasciato impressioni contrastanti. Il primo: utilizzo la sera tardi sul divano, con un film in streaming dal tablet. Qui l’audio wireless ha mostrato una latenza leggermente percepibile quando i dialoghi richiedono sincrono stretto fra labiale e voce. Nulla di disastroso, parliamo di qualche decina di millisecondi, ma su certe inquadrature ravvicinate l’occhio allenato lo nota. Il secondo: sessione di editing audio al computer per un video di prodotto. Qui ovviamente le ho usate collegate via cavo, passando al jack da 3,5 mm, e la latenza sparisce. Il suono passivo in modalità cablata è interessante, più aperto e meno colorato rispetto a quello wireless, con una presenza leggermente superiore sulle medie.
Ultimo scenario, piccola chicca per chi lavora in open space. Ho provato a lavorare una giornata intera in una caffetteria affollata vicino Piazza Bologna, che frequento quando voglio cambiare aria dalla scrivania di casa. Con ANC attivo e una playlist lo-fi di sottofondo, il brusio ambientale è scomparso abbastanza da permettermi di concentrarmi senza problemi per circa tre ore e mezza. Dopo, un po’ di fatica sulle orecchie per via del peso e della pressione, ma la capacità di isolamento acustico è stata sufficiente a farmi dimenticare di essere in mezzo al caos. Test promosso, con qualche riserva sul comfort esteso.
Approfondimenti tecnici e qualitativi
Firma sonora e carattere musicale
La firma sonora delle Space 2 è quello che definirei un “V-shape gentile”. I bassi sono presenti, caldi, con una certa rotondità che si nota soprattutto sui kick drum e sui bassi elettrici. Non sono bassi da discoteca, non sfondano il timpano, ma danno corpo alla musica in modo piacevole. Sui generi elettronici, hip-hop, pop moderno fanno benissimo il loro lavoro. Se cerchi precisione chirurgica sulla gamma bassa per mixare o per ascolto critico, queste non sono lo strumento giusto, ma nemmeno lo pretendono.
Le medie sono il punto più discusso. Le voci maschili, soprattutto quelle gravi, suonano leggermente coperte. Le voci femminili ne escono meglio, più pulite, con una presenza gradevole. Gli strumenti acustici come chitarre e pianoforti hanno corpo ma un po’ di dettaglio sfugge nei registri centrali. È una firma pensata per l’ascolto rilassato, non per quello analitico. Intervenendo sull’EQ dieci bande si recupera parecchio, alzando i 2-3 kHz di due-tre dB si ottiene una presenza vocale molto più soddisfacente.
Gli acuti sono puliti, estesi abbastanza, mai sibilanti. Questa è una cosa che apprezzo molto: troppe cuffie in questa fascia esagerano con gli alti per dare l’illusione di dettaglio, salvo poi risultare fastidiose dopo un’ora di ascolto. Qui invece il tuning è maturo, si può ascoltare musica per ore senza sentire stanchezza auricolare. La risoluzione generale è buona, con LDAC si percepisce un guadagno rispetto al solo AAC, anche se non drammatico.
Palcoscenico e imaging, dove ti porta la musica
Qui siamo nella zona dove le cuffie chiuse pagano sempre dazio rispetto alle aperte, e queste non fanno eccezione. Il palcoscenico è di dimensioni medie, forse un po’ oltre la media della categoria ma non eccezionale. Le tracce orchestrali ben registrate danno una certa sensazione di spazio, con strumenti posizionati su un arco più o meno definito. Non aspettatevi l’apertura di una cuffia aperta da studio, ma nemmeno il claustrofobico “suono dentro la testa” di certi modelli economici.
L’imaging, cioè la capacità di posizionare precisamente gli strumenti nello spazio sonoro, è onesto. I singoli strumenti si riconoscono, la separazione fra elementi è leggibile. Su tracce complesse con molti livelli sovrapposti c’è qualche momento di appiattimento, soprattutto quando la musica si fa densa sui bassi, che tendono a sovrapporsi alle medie. Effetto tipico di cuffie con bassi generosi e driver relativamente piccoli. Quindici centimetri di diametro del driver non sono trenta, bisogna tenerne conto.
Ascoltando un paio di album registrati bene, tipo il classico “Kind of Blue” di Miles Davis in versione rimasterizzata, il risultato è convincente. I fiati suonano caldi, la batteria ha pulizia, il basso di Paul Chambers ha quella grana che mi piace. Niente miracoli, ma un ascolto che ti permette di stare un’ora intera a perderti nella musica senza notare carenze strutturali.
ANC e isolamento passivo, l’aspetto chiave per i viaggiatori
L’isolamento passivo, cioè quello che le cuffie ottengono semplicemente sigillando bene l’orecchio, è molto buono. I cuscinetti grandi e morbidi creano una tenuta efficace, senza richiedere pressione eccessiva dell’archetto. Ho fatto la prova del silenzio: senza accendere niente, appoggiate sulla testa in ambiente casalingo con il frigorifero che ronzava, il rumore del frigo era già ridotto del 30-40% percepito. Buon punto di partenza.
Attivando l’ANC, il comportamento cambia a seconda della frequenza. Sulle basse (aereo, metro, condizionatore, traffico stradale di fondo) l’attenuazione è sostanziale, in linea con prodotti di fascia superiore. Sulle medie (voci distanti, musica di sottofondo di un locale) c’è un’attenuazione percepibile ma non drastica, diciamo un -12/15 dB rispetto al solo isolamento passivo. Sugli acuti (suonerie, schienali che cigolano, tastiere) l’ANC interviene pochissimo, ma è così per fisica acustica, non è un limite di questo specifico prodotto.
La modalità trasparenza fa il suo lavoro, non è invasiva ma nemmeno trasparente al 100%. Quando la attivo per parlare con qualcuno senza togliere le cuffie, la voce arriva chiara ma con una leggera coloratura, come attraverso una radio. Utilizzabile, ma non al livello delle migliori implementazioni di altri brand. Il passaggio fra modalità con il tasto fisico è rapido, circa un secondo di latenza, senza click fastidiosi.
Qualità microfono e chiamate, meglio del previsto
Le cuffie over-ear wireless soffrono storicamente quando si tratta di chiamate. I microfoni sono lontani dalla bocca, il Bluetooth comprime, e il risultato spesso è una voce che arriva distante e spugnosa. Qui Soundcore ha fatto un lavoro dignitoso. Ho registrato alcune prove usando WhatsApp e Google Meet, facendo riascoltare i pezzi ad amici e colleghi per chiedere giudizi a orecchio.
Il feedback è stato: voce chiara, volume adeguato, presenza di una leggera compressione ma comprensibilità elevata anche in ambienti non perfettamente silenziosi. Il sistema di riduzione del rumore al microfono, attivabile di default, fa un buon lavoro sulle rumorosità di sottofondo costanti come ventilatori o traffico lontano. Su rumori impulsivi (una porta che sbatte, Dafne che abbaia improvvisamente perché suona il citofono) l’algoritmo si confonde per un attimo e lascia passare parte dell’interferenza.
Per videoconferenze di lavoro sono perfettamente utilizzabili. Per registrazioni professionali, come dicevo prima, serve un microfono dedicato. Ma parlo di confini che nessuna cuffia wireless a questa cifra pretende di superare. Nel suo ambito di utilizzo fanno figura più che dignitosa.
Codec, multipoint e connettività
Il supporto LDAC è una delle cose che ho gradito di più. Attivato dalle impostazioni sviluppatore di Android (perché sì, Android richiede ancora di scomodare le opzioni sviluppatore per i codec Bluetooth, cosa abbastanza datata) le Space 2 stabiliscono una connessione LDAC stabile e godibile. Ho testato sia a 660 kbps sia a 990 kbps: la qualità adattiva cala leggermente se mi allontano oltre 4-5 metri dal telefono, ma il miglioramento audio rispetto ad AAC è tangibile, soprattutto sui dettagli nelle alte frequenze e sulla stabilità del palcoscenico.
Il multipoint funziona bene. Le ho tenute collegate contemporaneamente a MacBook e smartphone Android per giorni, passando dall’uno all’altro senza problemi. Il passaggio è automatico quando arriva una chiamata o un video sul secondo dispositivo, con una latenza di due-tre secondi. Non istantaneo ma accettabile. L’unico scenario in cui ho avuto un piccolo intoppo è stato partendo una videochiamata dal laptop mentre stavo ascoltando musica dal telefono: le cuffie hanno faticato a decidere quale stream privilegiare e ho dovuto mettere in pausa manualmente la musica. Una volta sola in due settimane.
La portata dichiarata è di dieci metri in linea d’aria, nella pratica sono arrivato a passare una parete senza perdere la connessione, ma due pareti erano troppo. Comportamento standard per il Bluetooth 5.3 con codec ad alta qualità. Se imposti SBC la distanza cresce, se imposti LDAC a 990 kbps si accorcia un po’. Fisica, non magia.
Vale la pena spendere due parole sulla stabilità della connessione in città. Ho fatto un tragitto a piedi dal centro di Roma fino a Porta Pia, circa venticinque minuti, passando per Via Veneto e zone con tanta interferenza 2.4 GHz da router e hotspot. Le cuffie non hanno mai perso il segnale, se non per un singolo secondo quando sono passato accanto a una folla fuori da un grande albergo. Considerando che sui prodotti di fascia bassa questi drop sono quasi la norma, qui è un risultato degno di nota. Il telefono, un Android Pixel, era in tasca laterale dei pantaloni, non a portata di mano libera.
Comfort nelle lunghe sessioni, il vero banco di prova
Sul comfort voglio essere trasparente perché è il punto dove le mie impressioni potrebbero non coincidere con quelle di tutti. Io ho una testa di dimensioni medio-grandi e porto gli occhiali. Le prime due ore con le Space 2 sono state ottime, nessun disagio, padiglioni che avvolgono senza stringere. Dopo la terza ora ho iniziato a sentire una leggera pressione nella zona temporale, dove la stanghetta degli occhiali si interpone fra cuscinetto e cranio. Tolti gli occhiali il problema sparisce, ma è un’osservazione che vale per chi li porta tutto il giorno.
L’archetto è imbottito in modo sufficiente, non troppo ridondante. La clamping force, cioè la pressione laterale, è media. Non stringono come certe cuffie da studio ma nemmeno ballano sulla testa quando ti muovi velocemente. Ho provato a usarle durante una passeggiata veloce al parco e sono rimaste in posizione senza problemi. Per chi fa sport leggero potrebbero andare bene, per chi corre seriamente no, mancano le alette o il fit sportivo dedicato.
Sul caldo, nota importante. I cuscinetti in pelle proteica con memory foam scaldano. Non è una cosa specifica di questo modello, è una caratteristica generale di tutte le cuffie chiuse con questo tipo di imbottitura. In estate, dopo un’ora abbondante di utilizzo indoor, le orecchie iniziano a sentire calore. In ambienti climatizzati il problema si mitiga. Per uso invernale o primaverile a Roma, nessun problema rilevato.
Un piccolo consiglio per chi pensa di usarle intensamente otto ore al giorno in ufficio: considerate l’acquisto di cuscinetti di ricambio fra qualche mese. La pelle proteica, per quanto buona, con i sudori estivi e l’uso quotidiano tende a segnarsi in media dopo dodici-diciotto mesi di utilizzo regolare. Non è un difetto, è fisiologia del materiale. Anker vende cuscinetti ricambiabili per i suoi modelli principali, e le Space 2 dovrebbero rientrare nella stessa politica, anche se su questo punto mi riservo di verificare dopo un periodo più lungo di utilizzo.
Nap Mode e funzioni smart, utili o gadget?
La Nap Mode è una di quelle feature che sulla carta suonano originali e nella pratica dividono. Io l’ho provata per circa una settimana, a turno durante pause pomeridiane o prima di dormire. Gli ambienti integrati sono cinque o sei, fra cui pioggia leggera, vento, rumore bianco puro, rumore marrone, suoni da caffetteria. Nessuno mi ha conquistato davvero. Il rumore bianco è quello che uso più spesso perché è efficace per mascherare chiacchiere lontane di mia moglie al telefono, ma la qualità del loop è basica.
La funzione c’è, funziona senza dover usare il telefono come sorgente (che è il punto originale), ma onestamente non è il motivo per cui sceglierei queste cuffie. Chi cerca qualcosa di serio sul fronte sonno e relax, meglio un’app dedicata come Noisli con le sue centinaia di scene. Qui siamo nel territorio delle feature aggiuntive piacevoli ma non determinanti.
Oltre alla Nap Mode, l’app offre anche la gestione personalizzata dei comandi, in particolare la scelta di quali modalità ANC includere nel ciclo del tasto dedicato. Io ho lasciato solo “ANC attivo” e “trasparenza”, escludendo lo “spento” che non uso quasi mai. Piccolo dettaglio, grande comodità quotidiana.
Pregi e difetti dopo quindici giorni
Quello che mi ha convinto:
- Autonomia fuori scala, anche stressando l’ANC si superano le 45 ore reali
- ANC davvero efficace sulle basse frequenze, sorprendente a questo prezzo
- Supporto LDAC e Bluetooth 5.3 con multipoint ben implementato
- Ricarica rapida che toglie ogni ansia da batteria
- Costruzione solida senza scricchiolii e custodia rigida inclusa
Quello che poteva essere fatto meglio:
- Voci maschili leggermente arretrate nel tuning di default, serve EQ
- Modalità trasparenza meno naturale rispetto a prodotti di fascia superiore
- Nap Mode con pochi ambienti e qualità sonora solo discreta
- Cuscinetti che scaldano in estate, come tutte le cuffie chiuse di questo tipo
Prezzo, posizionamento e valore reale
Il prezzo di listino è 129,99 euro, stesso listino per le tre varianti cromatiche disponibili (nero, bianco, verde). Street price che nei periodi promozionali scende sotto i 110 euro, cosa che ho visto regolarmente sui canali ufficiali di Anker e su qualche rivenditore autorizzato. A questa cifra il valore diventa davvero interessante.
Posizionare il prodotto nella sua fascia vuol dire ragionare su chi lo compra e per cosa. Un utente che guarda a una cuffia ANC sotto i 150 euro ha esigenze chiare: vuole cancellazione del rumore decente per viaggi e uffici rumorosi, vuole autonomia lunga per non ricaricare ogni sera, vuole un suono piacevole per ascolto generalista, vuole poter chiamare senza imbarazzi. Le Space 2 centrano tutti e quattro questi punti.
Alternative più economiche esistono, si può scendere a 60-80 euro per modelli ANC entry-level. Cosa si perde? Principalmente autonomia (si scende sulle 25-30 ore), qualità dell’ANC (spesso più rumoroso e meno efficace), assenza di LDAC e spesso costruzione più fragile. Salendo di fascia, sopra i 250-300 euro, si guadagna in raffinatezza del suono, in qualità della modalità trasparenza, in estetica e in accessori. Ma si parla di un segmento dove pagare doppio o triplo porta guadagni di valore marginali per l’utilizzatore medio. Il vero sweet spot, al netto delle preferenze personali, è proprio questa fascia di 100-150 euro. E qui le Space 2 si trovano a loro agio.
Un’ultima considerazione sul valore nel tempo. Anker ha una tradizione di supporto firmware piuttosto lunga sui suoi prodotti audio, con aggiornamenti periodici che migliorano algoritmi ANC e stabilità Bluetooth. Nei canali di supporto ufficiali si trovano ancora aggiornamenti recenti per modelli usciti tre-quattro anni fa. Questo, in un mondo dove molte elettroniche vengono abbandonate dopo dodici mesi, è un fattore di valore che spesso viene sottovalutato in fase di acquisto. A me importa, e credo dovrebbe importare a chiunque spenda oltre cento euro per un accessorio che vuole tenere a lungo. Attualmente è possibile acquistarle su Amazon Italia.
Conclusioni
Quindici giorni dopo averle ricevute, le Space 2 si sono conquistate un posto stabile nel mio set di cuffie da viaggio. Non mi hanno stupito come farebbe un flagship ma, al contrario, mi hanno convinto perché non tentano di essere qualcosa che non sono. Sono cuffie pensate con criterio per chi passa ore in metro, in aereo o alla scrivania con rumori di fondo da abbattere, e che non vuole spendere una follia per arrivare a un risultato soddisfacente.
Le consiglio a chi cerca un prodotto da viaggio con autonomia monster, ANC efficace e qualità audio piacevole per ascolto generalista. Le consiglio a chi usa tanto il multipoint fra laptop e telefono e ha bisogno di stabilità della connessione. Le consiglio a chi porta occhiali solo a patto di non superare le tre ore di utilizzo consecutivo, o di mettere in conto una piccola pausa a metà giornata.
Le sconsiglio a chi cerca precisione sonica chirurgica, a chi fa ascolto critico di musica classica o jazz acustico ad alto livello, a chi ha bisogno di una trasparenza naturalissima per ambienti d’ufficio con continue interazioni. Per quei casi esistono prodotti più adatti, che però costano il doppio o il triplo.
Lo scenario perfetto? Un volo intercontinentale con film e playlist alternati, passaggio automatico al telefono quando arriva una videochiamata, atterraggio con ancora metà batteria e nessuna voglia di togliersele dalla testa. Se questa è la tua routine, o ti ci avvicini, sei nel posto giusto. Alla fine della fiera, a centotrenta euro di listino e spesso meno, è un acquisto che non richiede tortuosi ragionamenti per giustificarsi.










