C’è una domanda che mi gira in testa da quando ho aperto la scatola del LincStation E1: ma davvero possiamo permetterci, nel 2026, un NAS a quattro alloggiamenti che costi quanto una serata in pizzeria con gli amici? Non è una provocazione, è la sensazione concreta che ho avuto tirando fuori dal cartone questo cosino verticale, leggero, quasi anonimo. E qui viene il bello, perché LincPlus non è proprio l’ultima arrivata nel settore, anche se dalle nostre parti il suo nome è ancora una nicchia.
Ammetto che all’inizio ero scettico. Ho a casa un Synology che gira da anni, conosco DSM a memoria, e ogni volta che provo un NAS “alternativo” finisco per chiedermi se non sia tempo perso. Però la promessa di questo modello è troppo intrigante per non essere indagata: un chassis compatto verticale, due bay SATA per dischi grandi, due slot M.2 NVMe, il tutto pilotato da un sistema operativo proprietario chiamato LincOS. Una formula che, sulla carta, suona quasi come una piccola rivoluzione per chi vuole entrare nel mondo dello storage di rete senza svenarsi.
L’ho tenuto sulla scrivania per due settimane abbondanti. Ho fatto i miei test, ho riempito i bay con dischi che avevo in casa, ho stressato la rete, ho provato l’app mobile fino a notte fonda quando Anubi mi guardava perplesso dal divano. E ora vi racconto cosa ne penso, con tutta l’onestà del caso. Spoiler veloce: c’è del genio, ma anche qualche compromesso che si sente. Il punto è capire quale tipo di utente sia disposto a scendere a patti con quei compromessi. Andiamo per gradi.
Unboxing, il packaging racconta già una storia
La confezione è semplice, sobria, di cartone marrone con stampe minime in nero. Niente fronzoli, niente effetti unboxing da influencer. Mi piace così, sinceramente, perché il packaging di certi NAS sembra studiato per essere fotografato e basta, mentre qui si percepisce subito l’approccio “no frills” del produttore. Aprendo, il dispositivo è alloggiato in una protezione di cartone sagomato, niente plastiche superflue, e questo è un piccolo segnale ambientale che vale la pena notare.
Dentro la scatola trovi: il NAS vero e proprio, l’alimentatore esterno (un brick non enorme, gestibile dietro la scrivania), un cavo Ethernet Cat6 di lunghezza decente, una busta di viti per il fissaggio degli SSD da 2,5 pollici, due pad termici per gli NVMe già pretagliati, e un manualetto multilingua che, per fortuna, include anche l’italiano (anche se la traduzione è un po’ meccanica in alcuni punti).
Quello che mi ha sorpreso è la presenza dei pad termici già nella confezione. Sembra un dettaglio da nulla, ma se hai mai montato SSD M.2 in un mini PC sai quanto rompa doverli ordinare a parte. Qui te li trovi, pronti, nella misura giusta. Non manca nemmeno una guida cartacea con illustrazioni grandi (utile per chi non è proprio amico delle istruzioni online), e c’è un QR code che rimanda direttamente al download dell’app. Insomma, una dotazione corretta. Non straordinaria, non avara. Per il prezzo a cui viene venduto, francamente, mi aspettavo di peggio.
Design e costruzione, piccolo è bello (quasi sempre)
Mettiamola così: questo apparecchio occupa lo spazio di un libro tascabile messo in piedi. Le misure parlano chiaro, 218,5 x 88 x 140 mm per circa 907 grammi a vuoto. Sulla scrivania scompare quasi, e a casa l’ho appoggiato accanto al router in un angolo del soggiorno senza che nessuno lo notasse. Mia madre, in visita un weekend, mi ha chiesto cosa fosse “quella cosetta nera con le lucine”. Ecco.
Il guscio è in plastica, c’è poco da girarci attorno. Non aspettatevi alluminio satinato o finiture premium: qui si è badato al sodo. Detto questo, l’assemblaggio è solido, le linee sono pulite, niente flessioni quando lo sollevi o lo sposti. Il pannello frontale ha una striscia lucida con il logo, un pulsante di accensione, una porta USB e una serie di LED di stato che ti dicono al volo se i bay sono occupati e se la rete è attiva. Niente display OLED, niente menù di navigazione fisica. La filosofia è chiaramente “tutto va dentro il software”.
I lati hanno griglie di ventilazione in plastica forata, mentre il retro ospita le restanti porte e l’attacco dell’alimentatore. La base, qui sta il bello del design, ospita una piccola ventola attiva e i due slot NVMe nascosti sotto una coverchio rimovibile. I dischi SATA invece si caricano dall’alto, sollevando una cover magnetica che mostra due slitte plasticose ma funzionali: per i dischi da 3,5 pollici tutto è tool-free, per i 2,5 pollici (HDD o SSD) ti serve qualche vite ma la procedura resta semplice.
Una nota sui piedini: sono in gomma morbida, fanno bene il loro lavoro. Niente vibrazioni anomale anche con due dischi meccanici da 7200 giri montati. C’è solo un piccolo dettaglio che mi ha fatto storcere il naso, la striscia lucida frontale è una calamita per impronte digitali. Non un dramma, ma se lo posizioni in un punto in cui ci passi davanti spesso, prima o poi ti viene voglia di passargli un panno in microfibra.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Formato | Compatto verticale, 4 alloggiamenti (2 SATA + 2 NVMe) |
| Dimensioni | 218,5 x 88 x 140 mm |
| Peso (a vuoto) | 907 g |
| Processore | Rockchip RK3568 quad-core ARM Cortex-A55 @ 2.0 GHz |
| GPU | Mali-G52 integrata |
| RAM | 4 GB DDR4 (non espandibile) |
| Storage di sistema | 64 GB eMMC |
| Bay SATA | 2 x SATA 3.0 (HDD/SSD da 2,5″ o 3,5″) |
| Slot NVMe | 2 x M.2 2280 PCIe 3.0 x1 |
| Capacità massima | Fino a 76 TB complessivi |
| Ethernet | 1 x Gigabit (1 GbE RJ45) |
| Wi-Fi | Wi-Fi 5 dual band 2.4 / 5 GHz |
| Bluetooth | 5.0 |
| Porte USB | 2 x USB-A (1 frontale, 1 posteriore), USB 3.2 Gen 1 5 Gbps |
| Uscita video | HDMI 2.1, 4K @ 60Hz |
| Sistema operativo | LincOS (proprietario) |
| Raffreddamento | Ventola attiva singola alla base |
| TDP CPU | 6 W |
| Alimentazione | Adattatore esterno |
Hardware, scelte fatte con la calcolatrice (e non sempre è male)
Il cuore del sistema è il Rockchip RK3568, un SoC ARM quad-core basato su core Cortex-A55, già visto in una marea di set-top box, NVR per videosorveglianza e mini PC industriali. Niente Intel, niente AMD, niente architetture x86. Per chi viene dal mondo Synology o QNAP è un cambio di paradigma: qui sei dentro l’ecosistema ARM, con tutti i pro e i contro del caso.
I pro: consumi bassissimi, calore ridotto, costi contenuti. I contro: alcuni software di terze parti potrebbero non essere disponibili in versione ARM, e installare un sistema operativo alternativo (TrueNAS, OpenMediaVault, Unraid) diventa praticamente impossibile o comunque un’avventura per smanettoni hardcore. Quindi sei sposato con LincOS, che ti piaccia o no.
I 4 GB di DDR4 non sono espandibili, e qui devo essere onesto: per gli usi base bastano, ma se sognavi di farci girare cinque container Docker contemporaneamente con Plex, Immich e Home Assistant, mettiti il cuore in pace. Non è quel tipo di macchina. La memoria di sistema è da 64 GB eMMC, una soluzione integrata che non occupa nessuno dei bay disco, e questo è un punto a favore rispetto a NAS più anziani che pretendevano di consumare uno slot solo per il sistema.
Sui bay storage la scelta è interessante. Due alloggiamenti SATA per dischi tradizionali (puoi infilarci HDD da 4, 8, 12, 16 TB senza problemi) e due slot M.2 2280 NVMe. Attenzione qui, gli NVMe vanno a PCIe 3.0 x1, quindi parliamo di una banda teorica intorno ai 985 MB/s per slot. Più che sufficiente per saturare la rete gigabit, ma se speravi di sfruttare a pieno gli SSD per usi più spinti, sappi che il collo di bottiglia c’è ed è proprio lì.
La connettività di rete è probabilmente il compromesso più visibile: una sola porta Gigabit Ethernet, niente 2.5 GbE. Detto questo, è coerente col target del prodotto: chi compra un NAS da meno di duecento euro probabilmente ha ancora uno switch gigabit o un router ISP che non va oltre. Però dai, nel 2026 una 2.5 GbE costa due spicci sui controller. Questa scelta mi ha lasciato un po’ perplesso. Il Wi-Fi 5 integrato è un valore aggiunto curioso, anche se ammetto che usarlo come collegamento principale per un NAS sarebbe un’eresia. Bluetooth 5.0? C’è, ma ho fatto fatica a immaginarne un uso reale al di là di qualche scenario di pairing futuro.
Software, LincOS è il convitato di pietra
E qui arriviamo alla questione vera. LincOS è il sistema operativo proprietario sviluppato da LincPlus, e su questo prodotto è l’unica strada percorribile (a meno che tu non abbia il pelo sullo stomaco e voglia perdere settimane a smanettare con immagini Linux custom per ARM). L’esperienza, devo dire, è ambivalente.
L’interfaccia web è pulita, organizzata in pannelli con icone grandi, traducibile in più lingue (italiano incluso, anche se con qualche traduzione un po’ acerba). Trovi i moduli principali: My Space per la gestione file, Smart Album per le foto con tagging AI in locale, Video Center per la riproduzione multimediale, User Center per gli account, e una sezione di impostazioni di sistema. L’app mobile, su iPhone l’ho usata io, è in realtà la cosa più curata di tutto il pacchetto. Setup guidato, backup automatico delle foto, accesso remoto senza dover combattere con port forwarding e DDNS. Funziona davvero.
Sul lato desktop e web invece la sensazione è che il prodotto sia ancora un work in progress. Alcune voci di menu si sovrappongono, certi messaggi di errore sono criptici, e la configurazione delle policy di backup richiede qualche tentativo prima di capire dove vanno cliccate certe opzioni. Niente di drammatico, ma chi viene da DSM o QTS noterà la differenza in termini di rifinitura.
Il supporto Docker c’è, e questa è una sorpresa positiva. Hanno integrato un gestore container abbastanza essenziale ma funzionale. Ho provato a tirar su un Plex e un piccolo Pi-hole, entrambi sono partiti senza fare i capricci. Però, ripeto, con 4 GB di RAM e una CPU ARM da 6 watt, non aspettarti miracoli: due o tre container leggeri, va bene. Oltre, cominci a sentire la macchina respirare a fatica.
Prestazioni e autonomia, il giochetto dei watt
Premessa doverosa: non sono uno che fa benchmark sintetici a tutti i costi. Qui parliamo di un dispositivo che vivrà 24 ore al giorno collegato alla rete elettrica, quindi più che la velocità pura conta l’efficienza energetica e la stabilità nel tempo.
I trasferimenti via SMB con la rete cablata gigabit si attestano intorno ai 110-115 MB/s in lettura sequenziale, scendendo a 95-105 MB/s in scrittura, valori del tutto in linea con quanto ci si può aspettare da una saturazione della porta di rete. Ho copiato una cartella da 80 GB di video misti dal mio MacBook al NAS in poco più di 13 minuti, niente di clamoroso ma nemmeno deludente. Mi spiego meglio: il limite qui non è il NAS, è la rete. Con un’ipotetica 2.5 GbE avremmo visto numeri molto più interessanti.
Il consumo energetico è il vero asso nella manica. In idle con due dischi da 3,5″ in spin-down, ho misurato con un wattmetro circa 5,8 watt alla presa. Sotto carico medio, con dischi attivi e qualche operazione di lettura/scrittura in corso, sale a 13-15 watt. Picchi di 18-20 watt durante operazioni intensive con SSD NVMe attivi simultaneamente. Tradotto in bolletta, parliamo di pochi euro all’anno. Molto, molto interessante per chi tiene il NAS sempre acceso.
La temperatura sotto stress, monitorata via interfaccia, si è mantenuta ragionevole. Il chip ARM raramente supera i 55-58 gradi anche con la ventola in modalità silenziosa. Non è una macchina che fonderà, ecco, e questo è un sollievo per chi (come me) odia sentire un dispositivo termalmente affaticato sempre acceso. Sull’autonomia ovviamente non c’è niente da dire: nessuna batteria, dipende dalla presa. Ma una cosa va detta: in caso di blackout, se vivi in zone tipo la mia villetta in Lazio dove la corrente ogni tanto fa i capricci, conviene aggiungere un piccolo UPS. Spesa modesta, salva la pelle ai dati.
Test sul campo, due settimane in casa
Veniamo al sodo. Il dispositivo l’ho tenuto in funzione per quattordici giorni, configurandolo come hub di backup secondario rispetto al mio Synology principale e come server foto per il telefono. Ho montato due dischi da 4 TB in configurazione mirror per i dati importanti e un singolo NVMe da 1 TB come “cache” per i media a cui accedo spesso. Configurazione minima, ragionata, realistica per il tipo di utente a cui si rivolge.
Il primo giorno è stato dedicato al setup. Procedura iniziale via app, con il NAS che si annuncia in rete e si fa scoprire dall’iPhone. Account creato, password impostata, pool storage configurato. Tempo totale: ventidue minuti, di cui dieci passati a leggere ogni schermata perché volevo capire bene cosa stessi facendo. Una persona meno paranoica di me lo finisce in dieci minuti scarsi. Niente CLI, niente comandi, tutto guidato.
Il secondo giorno ho attivato il backup automatico delle foto del telefono. Ho due anni di scatti accumulati, soprattutto i miei due cani in giro per Parco della Caffarella e ai campi di tiro al CUS Roma. Il primo upload completo ha richiesto circa quattro ore via Wi-Fi, ma da quel momento in poi i nuovi scatti vengono caricati in tempo reale ogni volta che il telefono si collega alla rete di casa. Funzione semplice, ma fatta bene.
Il terzo giorno ho voluto stressare il sistema con una catena di operazioni in parallelo: download di un torrent linux (legale, eh) di una distro per provare la funzione Remote Download, streaming di un film 1080p verso la TV via Video Center, e backup pianificato del MacBook in background. Risultato? Il film è girato fluido, il torrent ha viaggiato a velocità decenti, il backup ha completato nei tempi previsti. La CPU ha bevuto un caffè ma ha tenuto botta.
Una sera, intorno alle undici, mi è venuta voglia di provare l’accesso remoto. Mi sono collegato all’hotspot del telefono per simulare di essere fuori casa, ho aperto l’app e ho navigato tra le foto. La latenza c’era, niente da fare con una rete mobile, ma le immagini si caricavano in modo accettabile e ho potuto scaricarne alcune da inviare a un amico. Esperienza simile a quella offerta da soluzioni concorrenti più blasonate, e va detto: senza dover configurare nulla a livello di router. Questo è un grosso punto a favore.
Nei giorni successivi ho fatto altre prove. Ho collegato un disco esterno USB per importare vecchi archivi (riconosciuto al volo, formattato in NTFS e funzionante), ho tirato su un piccolo container Docker con qBittorrent (girava ma con qualche scatto nell’interfaccia web, niente di bloccante), e ho provato a usare l’uscita HDMI per riprodurre direttamente video sulla TV, collegando una vecchia tastiera Bluetooth. Funziona ma è un’esperienza un po’ rudimentale: l’interfaccia desktop di LincOS in modalità monitor diretto è ancora acerba, le animazioni a scatti, qualche elemento tagliato sui bordi a 4K. Una possibilità in più, certo, ma non userei questo NAS come media center primario.
Nel complesso, due settimane senza un singolo crash, senza riavvii forzati, senza dischi che spariscono dal pool. Stabilità promossa. Anubi nel frattempo è venuto ad annusarlo un paio di volte e ha emesso il suo verdetto: nessun interesse particolare. Verdetto canino approvato.
Approfondimenti
Esperienza di setup iniziale
Il setup iniziale è probabilmente il momento più delicato per qualsiasi NAS, e qui si gioca buona parte della reputazione del prodotto. La scelta di partire dall’app mobile è azzeccata: scarichi LincStation dallo store, accendi il NAS, l’app lo trova in rete locale via mDNS, ti fa creare un account e inizializzare i dischi. Niente IP da scoprire, niente porte da aprire, niente menu nascosti.
L’interfaccia ti accompagna passo passo, anche se in qualche schermata le traduzioni in italiano lasciano un po’ a desiderare. Ho notato voci come “Disco Pool” o “Gestione Cassa” che chiaramente sono frutto di traduzione automatica non rivista. Sul lato funzionale però tutto fila: la creazione del pool storage permette di scegliere tra configurazioni mirror, stripe o singolo disco, e c’è un’opzione esplicita per usare gli NVMe come cache di lettura. Una feature niente male.
Quello che mi ha dato fastidio invece è la gestione degli account utente. Mancano opzioni avanzate per i permessi granulari (es. quote per cartella, gruppi nidificati), e l’autenticazione a due fattori esiste ma è un po’ nascosta nelle impostazioni. In un mondo in cui anche le banche te la impongono, mi sarei aspettato una promozione più aggressiva. Spero la implementino meglio nelle release future di LincOS.
Backup foto e Smart Album
Lo Smart Album è la funzione che ti vendono come “intelligenza artificiale”, e devo dire che funziona meglio di quanto pensassi. La libreria foto importata viene analizzata in locale (zero cloud, zero invio a server esterni, e questo è un punto importantissimo per la privacy) e il sistema riconosce volti, oggetti, scenari. Cerchi “cane” e ti escono fuori tutte le foto di Dafne (Pastore Svizzero bianco) e Anubi (Groenendael nero). Cerchi “spiaggia” e ti tira su le foto del weekend a Sabaudia.
Il riconoscimento facciale richiede un’iniziale fase di apprendimento (devi confermare un volto, lui poi cerca match nelle altre foto) e funziona meglio man mano che alimenti il database. Dopo una settimana i miei due cani erano correttamente clusterizzati in due raccolte separate, segno che il sistema discrimina i tratti morfologici animali in modo decente.
I limiti? Velocità di indicizzazione lenta. Per le mie 28.000 foto ci sono volute circa 36 ore a regime continuo. La CPU ARM si vede, eccome. E i risultati di ricerca per categorie complesse (es. “tramonto in montagna”) sono meno accurati di quelli che ottieni con servizi cloud più maturi tipo Google Foto o Apple Foto. Però il dato non lascia mai casa, e per molti questo vale più di un riconoscimento perfetto.
Streaming multimediale e Video Center
Il Video Center integrato è un media player web che organizza i file video presenti sul NAS, mostra anteprime, recupera metadati (titoli, locandine, descrizioni) per i film grazie a database online, e li riproduce in streaming verso il browser, l’app o un eventuale player esterno. Concettualmente simile a un Plex o Jellyfin nativi, ma molto più essenziale.
Le riproduzioni di file 1080p H.264 girano fluide via rete locale, sia su laptop che su telefono. I file 4K HEVC invece sono un terno al lotto: la decodifica hardware del Rockchip aiuta, ma la trascodifica via software per client incompatibili non è all’altezza. Risultato pratico: se hai una TV o un client che supporta nativamente i tuoi formati, tutto bene. Se hai bisogno di trascodifica al volo, lascia perdere.
Una cosa che apprezzo è la gestione delle sottotracce audio e dei sottotitoli, che funziona in modo intuitivo. Ho riprodotto qualche serie con doppia traccia audio (italiano + originale) e doppi sottotitoli senza intoppi. Però il client mobile per la riproduzione video è ancora indietro rispetto ad app dedicate come VLC o Infuse, che restano scelte migliori se la rete supporta lo streaming.
Accesso remoto con LincAccess
LincAccess è la soluzione proprietaria per l’accesso da fuori casa, e merita un capitolo a parte perché è probabilmente la feature più riuscita del pacchetto. Niente port forwarding, niente IP statici, niente certificati da configurare. Ti loggi con il tuo account LincPlus dall’app o dal client desktop e sei dentro casa, ovunque tu sia.
Tecnicamente parlando, è una soluzione di tunneling che relaya il traffico attraverso server LincPlus quando una connessione diretta non è possibile (es. dietro CG-NAT). Funziona su Windows, macOS, Linux, iOS e Android. La velocità di trasferimento via tunnel è ovviamente inferiore rispetto a una connessione diretta su rete locale, ma per consultare file, scaricare un documento al volo, sfogliare le foto, è più che sufficiente.
L’unico dubbio che mi resta è: per quanti anni LincPlus manterrà attivi questi server di tunneling? È una preoccupazione legittima per qualsiasi servizio cloud-dipendente, e nel caso di un produttore relativamente giovane come questo, vale la pena tenerne conto. Non c’è una garanzia esplicita di longevità del servizio, e sarebbe interessante vedere in futuro un’opzione di accesso remoto self-hosted alternativa, magari basata su WireGuard o Tailscale.
Galleria Fotografica
Docker e personalizzazione
Il supporto Docker è una sorpresa, ed è anche il modo migliore per spremere qualcosa di più dal modello in prova. Il gestore container integrato è basilare ma funzionale: aggiungi un container indicando l’immagine, le porte da esporre, i volumi da montare, le variabili d’ambiente. Non c’è una libreria di “app” precompilate come trovi su Synology o QNAP, devi sapere cosa stai facendo. Però se hai un minimo di dimestichezza con Docker, hai un mondo aperto davanti.
Ho provato con successo qBittorrent, Pi-hole, Uptime Kuma e un piccolo Vaultwarden per le password. Tutto su immagini ARM64, ovviamente. Le performance sono adeguate per un uso domestico, ma se cerchi di stipare troppi servizi insieme la macchina si pianta. Tre o quattro container leggeri sono il limite ragionevole.
Quello che manca è una community vera e propria attorno al prodotto. Su Synology trovi forum sterminati con ricette pronte, su QNAP idem. Qui la documentazione è ancora frammentaria, in inglese e spesso superficiale. È un prodotto giovane, in crescita, e si vede. Ma per chi sa muoversi da solo, le possibilità ci sono.
Rumorosità e dissipazione termica
La ventola alla base lavora in modalità intelligente, regolando la velocità in base alla temperatura interna. In condizioni normali è praticamente inudibile, parliamo di 25-28 dB misurati a un metro di distanza con un’app dello smartphone (quindi prendete il dato con le pinze, non sono uno strumento da laboratorio). Con i dischi meccanici attivi il rumore predominante diventa il loro scorrimento, non la ventola.
Sotto carico massimo, durante una sessione di trasferimento intensiva di un’ora, la ventola sale leggermente di giri ma resta gestibile. Diciamo che non lo metterei in camera da letto se sei sensibile ai rumori, ma in soggiorno o in studio è perfettamente convivibile. Anubi, che ha l’udito di un cane (perdonate l’ovvietà), non l’ha mai considerato una minaccia.
Le temperature dei componenti, monitorate via interfaccia, sono rimaste sempre nei range di sicurezza. CPU intorno ai 50-58 gradi sotto carico medio-alto, dischi meccanici tra i 38 e i 44 gradi, NVMe sui 50-55 gradi grazie ai pad termici inclusi. Niente segnali di allarme, niente throttling rilevato. Il design termico funziona, anche se è chiaro che non c’è margine per scaldare di più (e infatti il SoC scelto consuma 6 watt, che è esattamente il punto).
Funzionalità extra che vale la pena conoscere
Oltre alle funzioni core di storage, backup e media, il sistema offre una serie di chicche minori che meritano un accenno. C’è una funzione di Secure Space, una sorta di vault crittografato per file sensibili, che mi è piaciuta nella sua semplicità: crei una cartella, imposti una password, dentro ci metti documenti riservati. Niente di rivoluzionario, ma comodo.
La System Upgrade è automatica e gestita in background, con notifiche prima dell’applicazione effettiva degli update. Ho ricevuto due aggiornamenti firmware nelle due settimane di prova, e in entrambi i casi il riavvio è stato pulito, senza perdita di configurazioni. Buon segno per la maturità del processo di rilascio.
Una funzione interessante è il Music Center, che organizza la libreria audio del NAS e permette di riprodurla via app o browser. Niente Spotify killer, ma per chi ha collezioni di FLAC o MP3 importate dai vecchi CD è una soluzione carina per riascoltarle in giro per casa. Manca però una vera integrazione con sistemi audio multi-room.
Va segnalata anche la presenza dell’uscita HDMI 2.1 con supporto 4K a 60Hz. Sulla carta sembra una feature da media center vero, ma come ho già detto, l’esperienza desktop diretta non è ancora pronta per essere usata come tale. È una possibilità in più, vediamola così, non una funzione su cui basare l’acquisto.
Pregi e difetti
Pregi:
- Prezzo aggressivo che ridefinisce la fascia entry del mercato NAS
- Combinazione hardware insolita (2 SATA + 2 NVMe) in formato compatto
- Consumi elettrici molto contenuti, ideali per dispositivi sempre accesi
- App mobile sorprendentemente curata e funzionale
- Accesso remoto LincAccess che funziona davvero senza configurazioni complesse
Difetti:
- Solo 4 GB di RAM non espandibili, limite reale per usi più ambiziosi
- Una sola porta Gigabit Ethernet, niente 2.5 GbE
- LincOS ancora acerbo lato desktop e web, soprattutto in italiano
- Architettura ARM che limita drasticamente la possibilità di OS alternativi
- Slot NVMe limitati a PCIe 3.0 x1, sotto le potenzialità degli SSD moderni
Prezzo e posizionamento sul mercato
Parliamo di soldi, perché qui sta gran parte della storia. Il modello in prova è in fase di lancio su Kickstarter con prezzi super early bird che partono da circa 129 dollari per i primi sostenitori, salgono a 149 per i successivi e dovrebbero attestarsi intorno ai 219 dollari come prezzo di listino una volta finita la campagna. In euro, considerando IVA e cambio, parliamo di un range realistico tra i 130 e i 230 euro a seconda della finestra di acquisto.
A 130-150 euro è praticamente un regalo. A quei prezzi, non esiste niente di paragonabile sul mercato che ti dia quattro alloggiamenti, un sistema operativo proprietario funzionante, app mobile decente e accesso remoto. Comprare una scatola vuota DIY ti costerebbe quasi uguale e ti ritroveresti con un mini PC da configurare da zero.
A 200-220 euro la valutazione cambia leggermente. Inizia a confrontarsi con prodotti di marchi più affermati nella stessa fascia (penso ad alcuni QNAP entry level o ai Synology base con CPU Realtek), che offrono ecosistemi software più maturi anche se hardware spesso meno generoso. Qui la scelta diventa una questione di priorità: vuoi più hardware con software acerbo, o meno hardware con software collaudato? Non c’è una risposta universale.
Va aggiunto un caveat importante: trattandosi di un prodotto in crowdfunding, c’è il rischio fisiologico legato ai tempi di consegna, all’evoluzione del software post-lancio e al supporto a lungo termine. Non è un acquisto da fare se hai bisogno di un NAS funzionante ora, ma per chi può aspettare e sa cosa sta facendo, l’occasione è interessante.
Conclusioni
Dopo due settimane in casa, il verdetto è quello del classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da come ti poni. Il LincStation E1 è un prodotto che fa cose che, al suo prezzo, semplicemente non dovrebbe poter fare. Ti dà quattro alloggiamenti, un’app mobile decente, accesso remoto senza patemi, supporto Docker, consumi ridicoli. Tutto al costo di una serata fuori a quattro persone.
D’altra parte, è un prodotto che mostra chiaramente i compromessi della sua natura economica. Il sistema operativo è ancora giovane, la rete gigabit è un limite oggettivo, l’architettura ARM ti incatena al software del produttore. Sono compromessi accettabili, secondo me, ma vanno conosciuti prima di tirar fuori la carta di credito.
Lo consiglio a chi sta entrando per la prima volta nel mondo NAS, magari spaventato dai prezzi dei big del settore, e cerca una soluzione semplice per fare backup di telefono e PC, archiviare foto, condividere file in famiglia. Lo consiglio anche a chi vuole un NAS secondario per avere una copia ridondante dei dati senza spendere altre fortune. Lo sconsiglio a chi pensa di farci girare un media server serio con trascodifica 4K, a chi ha già un’infrastruttura di rete a 2.5 GbE o superiore e non vuole tornare indietro, e a chi non si accontenta di un software ancora in evoluzione.
In fondo, la domanda che pongo a chi sta valutando l’acquisto è una sola: quanto sei disposto a investire tempo per imparare un nuovo ecosistema in cambio di un risparmio significativo? Se la risposta è “abbastanza”, questo modello vi sorprenderà in positivo. Se è “poco”, forse meglio guardare altrove. A me, devo ammettere, è rimasto sulla scrivania anche dopo aver finito i test. E questo, per un recensore che di NAS ne maneggia parecchi, vuol dire qualcosa.
















