Qualcosa come tre settimane fa, nel mio studio a Roma, è arrivata una scatola che non entrava in ascensore. Dentro, una sedia gaming con dentro una batteria. E dei motori. E una luce LED gialla che, giuro, si accende quando reclini lo schienale. Confesso che la prima reazione è stata un misto di curiosità e scetticismo sano. Serve davvero? Boh, vediamo.
Perché diciamolo onestamente, nel mondo delle sedie da gaming si è già visto quasi di tutto. Imbottiture in schiuma memory, rivestimenti tecnici, poggiatesta magnetici, ruote silenziose in PU, cuciture a contrasto e loghi in rilievo. Ma una poltrona elettrica, con motore per la reclinazione, supporto lombare ad airbag e autonomia dichiarata di oltre 300 ore in standby, è un animale diverso. Sulla carta sembra quasi una provocazione.
Parliamo della DXRacer Martian (nella versione Plus XL, rivestimento in similpelle EPU nera, quella pensata per chi supera i 180 cm di altezza e arriva fino a 135 kg di portata). Prezzo di listino 829 euro, scontato a 699 al momento della prova. Un investimento serio, che si colloca nella fascia alta del segmento, più vicino all’ufficio direzionale che al cameretto dell’adolescente.
La domanda che mi sono portato dietro per l’intera prova è una sola: l’elettrificazione di una poltrona ha davvero un impatto nell’uso quotidiano, oppure è solo gadget travestito? Spoiler, ma fino a un certo punto: la risposta non è lineare. Ci sono pregi che non mi aspettavo, e limiti che ho iniziato a notare solo dopo una settimana abbondante. Il giudizio, come spesso accade, dipende moltissimo da chi sei e da come vivi le tue otto ore (o dieci, nel mio caso) davanti al monitor.
Io, per chi non mi conosce, ci passo davvero tante ore. Scrittura, revisioni, videocall infinite, qualche partita la sera tardi. E poi, tra una cosa e l’altra, Dafne che viene a posare il muso sul bracciolo chiedendo attenzioni e Anubi che si accuccia sotto la scrivania convinto di essere invisibile. Partiamo da qui ma per chi vuole già acquistare la sedia può farlo direttamente sul sito ufficiale.
Unboxing
La scatola è imponente. E pesante. Una trentina di chili scarsi, calcolati a occhio, sicuramente fuori dalla zona in cui la porti su da solo senza sforzo. Ho dovuto farmi aiutare per salirla al piano, questione di dignità fisica prima ancora che di lombari. Il packaging è robusto: doppio cartone nei punti critici, inserti in polistirene modellati per bloccare gli spigoli del telaio. Zero sorprese brutte all’apertura, tutto integro, nessun graffio sui rivestimenti, bulloneria ordinata in sacchetti numerati.
All’interno trovi le componenti classiche di una sedia gaming: schienale completo, seduta, base a cinque razze in alluminio, colonna idraulica di Classe 4, cinque ruote da 60 mm in PU morbido, braccioli 4D con i piani superiori magnetici, e il poggiatesta in memory foam a fissaggio magnetico. Poi, e qui si inizia a sentire l’anima elettrica, la batteria al litio da 5000 mAh con il suo alimentatore dedicato, la centralina di controllo pre-cablata nel sedile, e il cavo retrattile della ricarica che si estende fino a 2,5 metri. C’è anche un telecomando a due tasti integrato nel bracciolo destro, ma di quello parlerò dopo.
Fra gli accessori, oltre alle brugole di varia dimensione, ho trovato un manuale illustrato in più lingue (l’italiano c’è, scritto discretamente, qualche frase un po’ legnosa ma nulla di tragico) e un QR code che rimanda al video di montaggio su YouTube. Pensiero carino: di solito questi codici sono una finta, qui invece portano davvero a un video ben fatto, girato con angolazioni chiare, utile per chi non è pratico. Un dettaglio che sposta l’asticella, se ci pensate.
Design e costruzione
Esteticamente parlando, la Martian è riconoscibilmente DXRacer. Linee tese, cuciture a contrasto leggere, sellaio sportivo chiaramente ispirato al mondo racing. Niente rivoluzioni formali, insomma. La trovi subito familiare se hai già avuto a che fare col brand, solo un pizzico più moderna nei dettagli rispetto alle vecchie Formula o Drifting.
La prima cosa che ti colpisce quando finisci di montarla è la solidità. Il telaio interno in acciaio, certificato BIFMA, sopporta fino a 135 kg ed è evidente anche al tatto: nessun cigolio, nessun gioco tra i componenti, gli innesti sono precisi al millimetro. La base a cinque razze in alluminio (e non plastica verniciata come su modelli più economici) dà un senso di stabilità immediato, anche quando ci si dondola con decisione. Le ruote da 60 mm in poliuretano scorrono silenziose sul parquet del mio studio, e non graffiano. Test superato fin dal primo giorno: Dafne ci è passata sotto la coda diverse volte, e la poltrona non l’ha mai colta di taglio.
Il rivestimento in similpelle EPU (una variante di pelle sintetica di qualità superiore alla PU tradizionale) ha una mano gradevole. Non lucida, leggermente opaca, con piccoli inserti in rilievo nelle cuciture. Non sembra plasticosa, come invece capita in certi modelli di fascia media dove dopo dieci minuti inizi a sudare senza motivo. Al tatto è più vicina a una pelle morbida che a un materiale sintetico. Chiaramente non è pelle vera, ma l’effetto è convincente, e questa è una buona metà del gioco.
Sulle dimensioni c’è da fare un appunto importante. La versione Plus XL è grande. Grande davvero. L’altezza dello schienale è di 84,5 cm, la larghezza di 58 cm, la seduta misura 59,5 cm di larghezza per 11,5 cm di spessore. Se siete persone minute, sotto il metro e settanta, potreste trovarla sproporzionata rispetto al vostro corpo. Io sono alto un metro e ottantasei e mi ci sento, finalmente, comodo. Niente schienale che finisce a metà scapole come su certe poltrone “medie” che mi hanno fatto imprecare in passato durante sessioni lunghe alla scrivania.
Unico appunto estetico che mi sento di fare: la cura nei dettagli è alta (cuciture regolari, tessuto teso, nessuna grinza sospetta), ma mi sarebbe piaciuto un tocco di personalità in più. Qualche accento colorato, un ricamo distintivo, un dettaglio visivo che distinguesse la Martian dalle sorelle classiche. Qui è tutto nero, sobrio, quasi serioso. Non è un difetto, ma un’occasione non colta.
Specifiche tecniche
| Modello | DXRacer Serie Martian Plus XL |
| Codice SKU | GC/XLMT24LTA/N.N.Y |
| Colore | Nero (rivestimento similpelle EPU) |
| Altezza schienale | 84,5 cm |
| Larghezza schienale | 58 cm |
| Larghezza base seduta | 59,5 cm |
| Spessore seduta | 11,5 cm |
| Altezza bracciolo da terra | da 66 a 81 cm |
| Altezza seduta da terra | da 49 a 56 cm |
| Reclinazione schienale | da 90° a 135° (elettrica, a pulsante) |
| Funzione dondolo | 15° con blocco disattivabile |
| Rotazione | 360° |
| Batteria | Litio 5000 mAh rimovibile |
| Autonomia standby | oltre 360 ore (circa 2 settimane) |
| Cavo ricarica | retrattile, lunghezza da 1,5 a 2,5 m |
| Braccioli | 4D con piani superiori magnetici sostituibili |
| Poggiatesta | memory foam a fissaggio magnetico |
| Supporto lombare | doppio airbag regolabile in altezza e profondità |
| Telaio | acciaio di qualità automotive, certificato BIFMA |
| Base | alluminio pressofuso a 5 razze |
| Ruote | PU morbido, diametro 60 mm |
| Colonna idraulica | Classe 4 |
| Portata massima | 135 kg |
| Altezza utente consigliata | oltre 180 cm |
| Garanzia | 2 anni |
| Prezzo | €699 (listino €829) |
Componentistica interna
Ok, parliamo di come è fatta dentro. Perché qui sta una buona parte del ragionamento sul prezzo.
Il cuore elettrico della poltrona ruota attorno a una batteria al litio da 5000 mAh. Rimovibile, e questa è una cosa a cui nessuno pensa finché non serve: la puoi staccare, portarla alla scrivania, ricaricarla col suo alimentatore e poi rimetterla al suo posto. In alternativa c’è il cavo retrattile, lungo da 1,5 fino a 2,5 metri, che parte dal lato destro della sedia. Comodissimo quando la presa di corrente è a un paio di metri dalla scrivania. Un po’ meno comodo quando il cavo si impiglia nel mobile dei dischi (e a me è successo, il secondo giorno, prima che imparassi a tenerlo sotto tiro).
Il motore elettrico che muove lo schienale è racchiuso nel meccanismo di inclinazione multifunzionale, posizionato sotto la seduta. Ha una rumorosità contenuta, non è silenzio monacale, ma un brusio meccanico che ricorda vagamente quello di una tapparella elettrica di buona qualità. Non dà fastidio, a meno che non siate in una videocall con microfono aperto mentre reclinate. In quel caso sì, si sente. Piccola nota mentale: se hai riunioni importanti, meglio aspettare la pausa per muovere lo schienale.
Gli airbag del supporto lombare sono due, sovrapposti, gestiti in modo indipendente. Puoi gonfiarli o sgonfiarli (con una pompetta manuale posta sul fianco destro del sedile, non elettrica, sorpresa sorpresa) per adattarli alla curvatura della tua schiena. All’inizio mi è sembrato un controsenso: una poltrona col motore nello schienale ma il lombare a pompa manuale? Poi ho capito. La regolazione del lombare la fai una volta, o al massimo una volta ogni tanto, quindi non ha senso metterci altra elettronica. È una scelta che condivido, a conti fatti.
Sotto la seduta, una colonna idraulica di Classe 4 (la più affidabile sul mercato, in teoria) garantisce escursioni in altezza fluide e nessun cedimento nel tempo, almeno dichiarato. Il meccanismo di dondolo a 15 gradi è quello classico, con leva di blocco sotto il lato destro. Meccanico lì, non c’è elettronica. La base è in alluminio pressofuso, verniciato nero opaco, e trasmette un’impressione di qualità che la plastica non darà mai, neanche quando la travesti bene.
Prestazioni e autonomia
Capitolo interessante. Perché qui entra in gioco una domanda: quanto davvero dura la batteria?
DXRacer dichiara oltre 360 ore di standby, e fino a due settimane di utilizzo wireless con una sola carica. Premetto: queste cifre valgono in condizioni d’uso definite “normali”, dove per normale intendono che non stai a reclinare e raddrizzare lo schienale ogni cinque minuti per giocare. Nella pratica mia, con un profilo d’uso che definirei sopra la media (faccio reclinazioni frequenti durante la giornata, specie tra una call e l’altra, per rilassare la schiena), la batteria mi è durata circa undici giorni prima di lampeggiare in avviso.
Cosa ho misurato, in concreto? Una cosa molto semplice: ho caricato la batteria al 100% (indicatore verde fisso sul jack di ricarica), l’ho staccata, e ho segnato la data sul calendario. Il giorno undici al mattino, accendendola, il LED è diventato giallo lampeggiante. Posso considerarmi nella media? Probabilmente sì. Se usate la sedia solo per lavorare e reclinate un paio di volte al giorno, arrivate tranquillamente oltre le due settimane. Se invece siete di quelli che ogni mezz’ora devono stiracchiarsi all’indietro (come faccio io dopo sessioni di scrittura particolarmente intense), aspettatevi un’autonomia reale tra i nove e i dodici giorni. Niente di drammatico.
La ricarica completa della batteria, tramite il suo alimentatore dedicato, richiede circa quattro o cinque ore. Nulla di eccezionale, ma nemmeno problematico. In alternativa, come dicevo, c’è il cavo retrattile della sedia, che permette di usarla collegata alla corrente. In quel caso la batteria si mantiene sempre al 100%, e l’autonomia diventa un non problema. Personalmente, dopo le prime prove, sono tornato quasi sempre all’uso via cavo. Non per questioni di autonomia, ma perché quel cavo che si ritira da solo è una piccola soddisfazione quotidiana (c’è qualcosa di meccanicamente appagante in quel click di ritorno).
C’è un aspetto che non mi aspettavo: la batteria, essendo rimovibile, è anche sostituibile. Non ho ancora approfondito quanto costi un ricambio ufficiale, né dopo quanti cicli la batteria perde effettivamente capacità, ma sapere che fra tre anni non dovrò buttare la sedia perché “la batteria non tiene più” è rassicurante. Davvero. È quel tipo di attenzione alla riparabilità che, in un’epoca di prodotti usa e getta, si apprezza.
Test sul campo
Il vero banco di prova per una poltrona gaming (o da ufficio serio, dipende da come la vuoi leggere) sono le ore al giorno. Tante. Reali. Senza sconti.
Nel mio caso, la prova è durata tre settimane piene. Giornate tipo: sveglia presto, ufficio alle 8, scrittura e revisione fino alle 13, pranzo, videocall nel pomeriggio, lavoro sul backend di alcuni progetti fino alle 19, una pausa veloce, e poi spesso qualche ora di gaming la sera. Somma: tra le nove e le undici ore al giorno di sedia, sei giorni su sette. È tanto. Lo so. Ma è la mia realtà, non l’ho scelta per fare il giornalista eroe, è che il lavoro chiede così.
Il primo giorno, sinceramente, ero troppo concentrato sulla novità per giudicare lucidamente. Mi sono seduto, ho giocato col telecomando, ho reclinato lo schienale quindici volte in cinque minuti, ho testato la luce LED gialla (effetto wow per tre secondi, poi dimenticata), mi sono chiesto se aveva senso ciò che stavo facendo. Non il miglior approccio critico, devo ammetterlo.
Il secondo giorno è stato più onesto. Otto ore filate. Lombare gonfiato a metà, poggiatesta posizionato un centimetro sotto la nuca, braccioli regolati in altezza e larghezza per tenere i gomiti a 90 gradi precisi sulla scrivania. Alla sera? Stavo bene. Non “stanco come al solito da poltrona nuova”, ma davvero bene. La schiena mi chiedeva il consueto stretching da fine giornata, ma non quei dolori specifici (tra le scapole, basso schiena) che avevo accumulato con la sedia precedente.
Il terzo giorno ho provato a lavorare per tutta la mattina in modalità reclinata a circa 110 gradi, con il laptop sulle ginocchia. Esperienza interessante: la posizione è riposante, il sedile accompagna la schiena senza schiacciare la zona lombare, e la funzione di dondolo a 15 gradi fa il resto. Alle 13 mi sentivo freschissimo. Il contro? La produttività cala. Se non sei davanti allo schermo grande in posizione retta, scrivi più lento, leggi peggio, e i tempi si allungano. Non è la sedia, sono io. Ma è un fatto oggettivo, utile da sapere.
La settimana successiva l’ho passata a testare scenari estremi. Ho provato a usarla per una sessione di gaming davvero lunga: sei ore consecutive di un action RPG abbastanza impegnativo, un sabato pomeriggio, senza mai alzarmi (se non per andare a versarmi un caffè al volo). Risultato? Niente mal di schiena, niente formicolio alle gambe. Cosa che con sedie “normali”, nella mia esperienza, dopo quattro ore ti succede sempre, anche se hai la schiena allenata bene. Qui no. Non ho capito se è il supporto lombare ad airbag regolato bene, la seduta larga, o tutte e tre le cose insieme. Credo tutte insieme, a sensazione.
Altro scenario: call di lavoro di 90 minuti con reclinazione continua. Funziona benissimo. Quando stai ascoltando qualcuno parlare, reclinare lo schienale di una decina di gradi, rilassare le spalle, appoggiare la nuca, è un piacere difficile da spiegare a chi non l’ha provato. Torni in verticale con un click del pulsante destro, e sei pronto a rispondere. Tutto liscio. Naturale. Quasi istintivo dopo qualche giorno.
Ultima prova: il weekend fuori Roma, nella casa ai Castelli. No, la sedia non l’ho portata con me (scherzo). Ma lì ho continuato a usare la mia vecchia poltrona da ufficio, un modello di fascia media preso anni fa. Il confronto è stato impietoso. Dopo due giorni con quella, al rientro, appena mi sono risseduto sulla Martian ho avuto la stessa sensazione di quando cambi da un letto di B&B scassato al tuo letto di casa. Non è una questione di lusso. È proprio una questione di ergonomia che funziona.
Una nota finale su Anubi. L’ha annusata a lungo il primo giorno, poi ci si è accucciato sotto mentre lavoravo. Non mi è chiaro se abbia approvato o no, ma di sicuro non ci ha graffiato la tappezzeria e non ci ha versato peli sopra più di quanto fa sul resto dell’arredamento. Buon segno.
Approfondimenti
Schienale elettrico nella quotidianità
Questa è la feature più scenografica, e anche quella che ho usato di più. Punto.
Il meccanismo è semplice: un pulsante sul bracciolo destro, due frecce, su e giù. Tieni premuto e lo schienale si muove da 90 fino a 135 gradi, in modo fluido, senza strappi. La velocità non è altissima, stimo circa tre o quattro secondi per andare da tutto in verticale a tutto reclinato, ma è la velocità giusta. Troppo veloce sarebbe stato fastidioso. Troppo lento, frustrante. Qui c’è equilibrio.
La mia sorpresa più grande è stata scoprirlo come strumento di micro pausa. Mi spiego meglio. Quando scrivi un articolo lungo, capita spesso che dopo 45 minuti tu senta la necessità di staccare per cinque minuti. Di solito mi alzavo, bevevo acqua, rientravo. Con questa poltrona, la pausa breve la fai senza alzarti: click, reclini a 115 gradi, respiri profondo per un paio di minuti, torni verticale, riprendi. Funziona sorprendentemente bene. In tre settimane ho ridotto del 30% abbondante le “pause caffè” vere e proprie. Se sia un pregio o un difetto, non ho ancora deciso (forse è meglio alzarsi, onestamente).
Il limite del sistema? La memoria. Non c’è. Ogni volta che reclini e torni su, è manuale. Una funzione “preset” sarebbe stata utilissima: un pulsante per la posizione lavoro, uno per la posizione relax, uno per il dondolo completo. DXRacer, se per caso leggi da qualche parte questa recensione, prendi nota per la prossima generazione. Sarebbe un’aggiunta di valore enorme.
Altra cosa, e lo noto ora che ci penso: lo schienale elettrico significa che puoi reclinarlo mentre tieni oggetti in mano. Prima, con la leva meccanica classica, dovevi appoggiare tutto, tirare la leva, spingerti all’indietro coordinando braccia e peso. Qui no. Tavoletta grafica in mano, caffè nell’altra, premi il pulsante col pollice, lo schienale va giù da solo. È un piccolo cambio di paradigma. E una volta che ci prendi la mano, non ne fai più a meno.
Supporto lombare ad airbag: funziona davvero?
Qui bisogna andarci con ordine. Il lombare è il punto critico di qualsiasi sedia da ufficio o gaming, e spesso è il motivo principale per cui si cambia poltrona. Se non ti supporta bene, dopo quattro o cinque ore di lavoro inizia a darti segnali. Dolore sordo, leggero, ma insistente. E se hai una storia di problemi posturali (io, con anni di arco compound e un’ora al giorno di tiro al CUS Roma, ogni tanto qualche tensione lombare me la porto a casa), la cosa si amplifica.
Il sistema della Martian è un doppio airbag regolabile manualmente. Due pompette (una per airbag) sul fianco destro, e due valvole di sfiato per sgonfiare. Pochi secondi per configurarlo la prima volta. Una cosa che non ti dicono, e che ho imparato da solo: non basta gonfiare e basta, devi provare diverse combinazioni. Per esempio, io ho trovato comodo l’airbag inferiore al 60% circa, e quello superiore al 40%. Se gonfi tutto al massimo, ti spinge in avanti e stai peggio di prima. Se li tieni troppo bassi, non senti supporto.
Dopo tre giorni di prove, ho trovato la mia configurazione ideale. E da quel momento, non ho più toccato le pompette. Questo è un punto a favore del sistema: regoli una volta, poi basta. Non c’è da pensarci ogni mattina, non c’è da ritarare continuamente.
La cosa che mi ha più colpito è la differenza rispetto ai supporti lombari meccanici delle sedie tradizionali. Quelli, in genere, sono un cuscinetto rigido regolabile in altezza e basta. Qui, invece, gli airbag si adattano esattamente alla forma della tua schiena nel punto dove ne hai bisogno. È un livello di personalizzazione che sulle poltrone normali proprio non esiste.
Il piccolo dubbio che mi rimane è sulla durabilità nel tempo. Un airbag ha più potenzialità di rottura di un cuscino fisso? Non so, non ho dati. DXRacer offre due anni di garanzia sulla sedia nel complesso. Spero valga anche per quelle parti specifiche, perché una rottura lì renderebbe la poltrona zoppa sul piano funzionale.
Braccioli 4D e il sistema magnetico
I braccioli 4D, ormai, non sono più una rarità neanche sulle sedie gaming di fascia media. Si muovono in altezza, avanti e indietro, di lato, e ruotano verso l’interno o l’esterno. Quattro dimensioni, quattro regolazioni. Standard.
Ciò che qui è particolare è il sistema magnetico dei piani superiori. In pratica, la parte morbida su cui appoggi l’avambraccio non è avvitata. È tenuta in posizione da una serie di magneti, e si stacca con un gesto. Suona come un gadget, ma ha un senso pratico: puoi sostituirla se si usura, puoi pulirla meglio, e puoi cambiarla con versioni diverse se DXRacer venderà varianti di colore o materiale in futuro.
Nella pratica, il sistema magnetico tiene benissimo. Ho provato a strattonarli per vedere se si staccavano per sbaglio, e non si muovono. L’allineamento è preciso, si agganciano quasi da soli. L’unica cosa che ho notato è che, dopo una settimana di uso intensivo, il magnete posteriore del bracciolo destro (quello dove sta il telecomando) si sente leggermente meno saldo. Non è un problema operativo, ma una sensazione tattile. Magari è normale, magari no. Terrò d’occhio la cosa nelle prossime settimane.
Un dettaglio positivo: il piano di appoggio non è quella plastica rigida ruvida che hanno tante sedie gaming economiche. È morbido al tatto, con una leggera schiuma sotto il rivestimento. Stai comodo anche con la pelle nuda dell’avambraccio d’estate, e non ti si attaccano i peli (avete presente quando la plastica tira i peli delle braccia? Ecco, qui non succede). È una piccolezza, lo so, ma a distanza di ore di lavoro fa tantissima differenza.
Per finire, le regolazioni: i tasti sono tutti sul bracciolo stesso, chiaramente identificabili al tatto anche senza guardare. Nessun click click rumoroso, tutto fluido. Anche il blocco in posizione è affidabile: non si muove da solo durante l’uso, neanche se sposti di peso sulla seduta.
Poggiatesta magnetico e pausa collo
Anche il poggiatesta ha il gimmick magnetico. Non si avvita, non si aggancia con clip metalliche, si attacca e basta, grazie a una serie di magneti interni nascosti nel rivestimento. E funziona: ho provato a spingerlo forte in varie direzioni, tiene. Anche se Dafne ci appoggia il muso (cosa che, spoiler, le piace fare quando sto seduto in posizione reclinata e lei è in modalità “richiesta coccole”), non si muove.
Dentro c’è schiuma memory foam a media densità. Non è la più morbida del mondo, e devo dire che all’inizio mi sembrava troppo compatta. Dopo tre o quattro giorni di uso, però, la sensazione è cambiata. Evidentemente il memory foam aveva bisogno di adattarsi alla forma della mia nuca, e adesso è perfetto. Nessuna pressione sbagliata, nessun punto duro.
Il poggiatesta magnetico si può spostare su e giù (entro un range stimato a occhio di quindici o sedici centimetri), e anche leggermente in avanti e indietro. Questa versatilità è importante. Tra l’altezza e l’inclinazione trovi sempre la posizione giusta per il tuo collo, qualunque sia la tua statura. Mi è capitato di farlo provare a mia moglie (alta un metro e sessantasette contro il mio metro e ottantasei) e anche lei ha trovato subito la configurazione giusta.
Quando reclino lo schienale per rilassarmi, il poggiatesta diventa il vero protagonista. Appoggio la nuca, chiudo gli occhi per un paio di minuti, e quella piccola pressione morbida sulla base del cranio è una pacchia. Su sedie con poggiatesta fissi non avevo mai notato questa cosa. Qui sì. È una differenza sottile, ma reale.
Piccolo appunto: essendo magnetico, se lo tiri via per spostarlo, devi stare attento a non colpire altri oggetti. Una volta mi è caduto sulla tastiera meccanica, nessun danno (per fortuna né per il poggiatesta né per la tastiera), ma attenzione va posta. Nulla di grave, solo una piccola consapevolezza da farsi.
Luce LED gialla: gadget o funzione?
Ora parliamo dell’elefante nella stanza: la luce LED gialla che si accende sul lato destro della seduta quando reclini lo schienale. Alla prima visione, scettico. Molto. Cos’è, un effetto scena da videogame? Serve davvero? Chi l’ha chiesto?
Dopo tre settimane, la mia posizione è cambiata. Leggermente. Non è una funzione che ti cambia la vita, d’accordo. Ma non è neanche un vezzo stupido. Mi spiego: la luce si accende gradualmente quando lo schienale si muove, e si spegne quando torna verticale. In una stanza in penombra, fa il suo effetto. Non “effetto party”, ma quel tipo di illuminazione d’atmosfera che ti fa capire che la sedia è entrata in modalità relax.
L’ho apprezzata davvero una sera tardi, dopo le 23, quando stavo continuando a lavorare con le luci ambientali basse. Ho reclinato la poltrona per una pausa, la luce si è accesa, e mi ha creato uno spazio visivo intorno alla postazione. Quasi una coccola visiva. Un nulla dal punto di vista funzionale, ma piacevole a chi come me lavora spesso fino a tardi.
Chiaramente è spegnibile. Se proprio non la vuoi, un interruttino sul lato della sedia ti toglie il problema. Nessuno ti costringe a tenerla accesa. E questo è giusto: non tutti vogliono un LED che illumina a ogni reclinazione, soprattutto se condividi lo spazio con altri e li disturbi.
Verdetto sulla luce? Inutile? No. Indispensabile? Nemmeno. Un tocco di colore in un prodotto che, di suo, era già ben costruito. Ci sta, come si dice a Roma.
Batteria e ricarica: comodità o complicazione?
Torno sulla batteria, ma stavolta dal punto di vista dell’esperienza d’uso reale, dopo settimane di prove complete.
La domanda che ho ancora in testa è: averla rimovibile serve davvero? La risposta, basata sulla mia esperienza, è: dipende. Se la tieni sempre collegata via cavo retrattile, come ho fatto io dopo i primi cinque giorni, la batteria rimovibile è un accessorio curioso ma non fondamentale. Se invece vuoi davvero vivere la sedia in wireless, magari spostandola tra stanze diverse, o semplicemente odiando i cavi, allora sì, la rimovibilità diventa comodissima.
Il cavo retrattile è una genialata, devo dire. Tira fuori la lunghezza che ti serve (da 1,5 a 2,5 metri circa), e quando hai finito fai un piccolo click, e il cavo si riavvolge da solo, senza grovigli, senza nodi. Paragonabile a quello di certi aspirapolveri senza filo moderni. Un comfort per chi, come me, passa oggetti sulla scrivania e non sopporta cavi che serpeggiano ovunque.
Un punto debole, onestamente, l’ho trovato. Il connettore di ricarica è sul lato destro, ma sporge un po’ dalla sagoma della sedia. In due occasioni, passando accanto alla sedia con Anubi (che, vi ricordo, è un Malinois da 35 kg, non un barboncino), la gamba di lui ha urtato leggermente il cavo. Niente di rotto, niente di allarmante, ma il connettore potrebbe essere leggermente più riparato, o posizionato in verticale verso il basso anziché orizzontale. Una piccola migliorìa per le versioni future, magari.
Durante i test, non ho mai avuto problemi di scarica improvvisa. Quando la batteria arriva al 15%, il LED di stato passa da verde a giallo fisso, e quando scende sotto il 5% inizia a lampeggiare in avviso. Hai tutto il tempo di attaccarla alla corrente senza panico. Non è da poco: significa che c’è un’elettronica di gestione batteria ben dimensionata, che non lascia a piedi all’improvviso. Cosa che su prodotti economici di altre categorie capita spesso.
Montaggio passo dopo passo
Ultima sottosezione perché il montaggio non è banale, e chi legge vuole sapere se è fattibile da solo.
La scatola contiene tutti i pezzi, i bulloni numerati (divisi in sacchetti distinti) e due brugole di misure diverse. In più un piccolo contenitore di grasso per le parti meccaniche, cosa rara e molto apprezzata. Il manuale cartaceo è chiaro, con illustrazioni passo dopo passo. C’è anche il QR che rimanda al video YouTube di DXRacer, con la guida visuale completa. Redondanza utile, perché non tutti leggono volentieri i manuali.
Il tempo complessivo, nel mio caso, è stato di circa un’ora e venti. Non sono un esperto di montaggi IKEA, ma me la cavo. Se siete più meticolosi potreste metterci due ore. Se avete un amico che vi aiuta, scendete a un’ora o meno. Il passaggio più delicato è l’unione dello schienale al sedile, perché ci sono i cavi elettrici che devono passare correttamente nelle guide, senza pizzicarsi. Il video di YouTube aiuta molto qui, consiglio di guardarlo prima di iniziare.
Le altre fasi (montaggio ruote sulla base, fissaggio della colonna idraulica, aggancio dei braccioli) sono standard per una sedia gaming, niente di nuovo se ne avete già montata una in passato. Le viti entrano tutte al primo tentativo, non ho trovato filettature storte o fori mal calibrati. Buon controllo qualità in fabbrica, evidentemente.
Un consiglio pratico: fatevelo in uno spazio libero di almeno quattro metri quadri, perché i pezzi ingombrano parecchio durante il montaggio. E fate attenzione al pavimento: la colonna idraulica è pesante, se cade male può scheggiare il parquet. Io ho lavorato sopra un materassino da yoga srotolato, e ha fatto il suo dovere di protezione.
Alla fine, la soddisfazione di vedere la poltrona montata, elettrica, funzionante al primo colpo, è stata notevole. Non vi nego che ho fatto una prova di reclinazione subito dopo aver finito, prima ancora di metterci via gli attrezzi. Funzionava tutto. Meno male.
Funzionalità
Un riepilogo organico delle funzioni utili, perché ce ne sono parecchie e rischiano di perdersi nella narrazione delle sezioni precedenti.
L’elenco delle regolazioni è, francamente, impressionante. Partiamo dall’alto: poggiatesta magnetico regolabile in altezza e angolazione. Schienale con reclinazione elettrica da 90 a 135 gradi (controllo a pulsante). Supporto lombare ad airbag doppio, regolabile in altezza (meccanicamente) e profondità (pneumaticamente, tramite le pompette che ho descritto prima). Braccioli 4D con quattro assi di regolazione indipendenti: altezza, profondità, larghezza, rotazione. Seduta regolabile in altezza tramite colonna idraulica classe 4. Funzione dondolo a 15 gradi, con blocco disattivabile a leva. Rotazione completa a 360 gradi sulla base.
Il tutto è accompagnato da una luce LED ambientale gialla attivabile o disattivabile. E dalla possibilità di usare la sedia collegata alla corrente, via cavo retrattile, oppure in modalità wireless tramite la batteria al litio integrata o rimovibile.
Nella pratica, quante di queste regolazioni userete quotidianamente? La risposta onesta è: poche. Il poggiatesta, una volta tarato, lo lasci lì. Il lombare, idem. I braccioli, li tocchi forse una volta a settimana o meno. L’unico elemento che uso ogni giorno, più volte al giorno, è la reclinazione elettrica. Tutto il resto è configurazione iniziale.
Ma (e qui è il punto chiave), il fatto che tu abbia TUTTE queste regolazioni a disposizione significa che puoi trovare la tua posizione perfetta. Non un compromesso. Se hai le spalle strette, stringi i braccioli. Se hai la schiena lunga, alzi il lombare. Se sei alto, alzi il poggiatesta. La versatilità è enorme, e questo è ciò che giustifica parte del prezzo.
Nessun benchmark numerico, chiaramente, una sedia non è un SoC. Ma i dati che ho misurato (escursioni, angoli, tempi di movimento) corrispondono a quelli dichiarati dal produttore. E questo, di questi tempi, non è scontato come sembra.
Pregi e difetti
Pregi
- Reclinazione elettrica fluida e silenziosa, con impatto reale sulla micro pausa quotidiana
- Supporto lombare ad airbag doppio, regolabile in altezza e profondità con precisione millimetrica
- Costruzione solidissima: telaio in acciaio automotive certificato BIFMA, base in alluminio pressofuso
- Batteria rimovibile e cavo retrattile intelligente, con autonomia reale di circa dieci o dodici giorni in uso intensivo
- Rivestimento in similpelle EPU convincente al tatto, senza effetto plasticoso tipico della PU economica
Difetti
- Prezzo importante (699 euro in offerta, 829 di listino): investimento serio, non per tutti i portafogli
- Manca una funzione preset per la reclinazione, che sarebbe stata una chicca di grande comodità
- Connettore di ricarica leggermente esposto sul lato destro, può urtare qualcosa di passaggio
- Il motore di reclinazione è percepibile durante videochiamate con microfono aperto
- La versione Plus XL risulta sovradimensionata per chi è sotto il metro e settanta di altezza
Prezzo e posizionamento
Parliamo di soldi, che è la parte che tutti aspettano quando si tratta di un acquisto importante. La DXRacer Martian Plus XL viene venduta al prezzo di listino di 829 euro, attualmente in offerta a 699 sul sito ufficiale italiano. Un investimento serio, non c’è verso di nasconderlo. Spedizione dalla Repubblica Ceca, garanzia due anni, politica di reso entro 14 giorni.
Dove si posiziona nel mercato? Nella fascia premium, chiaramente. Parliamo di un segmento dove trovi altri modelli di alto livello (senza fare nomi specifici), tutti compresi tra i 500 e gli 800 euro di prezzo. A parità di budget, la maggior parte delle alternative non offre nessuna delle funzionalità elettriche presenti qui. Quindi, paghi un surplus tecnologico, più che estetico o materico.
Chi compra questa poltrona, generalmente, lo fa per due motivi. Il primo: lavora o gioca molte ore e vuole la massima ergonomia disponibile. Il secondo: ama l’innovazione tecnologica anche nei prodotti “analogici” (e una sedia, a voler guardare bene, è un prodotto analogico a cui è stata aggiunta tecnologia intelligente nei punti giusti).
Vale 699 euro? La mia risposta, onesta, è: dipende. Se passate due ore al giorno al computer, no. Non ne vale la pena. Andate su un modello da 250 o 300 euro e spendete meglio i vostri soldi altrove. Se invece passate otto o dieci ore al giorno seduti, come chi lavora da casa seriamente, allora sì. Il costo pro ora, calcolato su due anni di vita utile, diventa ragionevole. È lo stesso ragionamento che si fa per i monitor di qualità o per la tastiera meccanica. Strumento di lavoro quotidiano significa investimento sensato, a prescindere dal prezzo nominale.
Conclusioni
Tre settimane fa ero scettico. Una sedia con la batteria? Davvero?
Adesso (e spero che la frase non suoni da marchetta, perché non è quella la mia intenzione) sono in un’altra fase. Non posso dire che la Martian mi abbia cambiato la vita, perché sarebbe esagerato. Ma posso dire che, dopo averla usata, tornare a una poltrona “normale” mi sembra un passo indietro. Le funzioni elettriche, che all’inizio temevo fossero fumo negli occhi, sono diventate parte integrante del mio modo di lavorare. La reclinazione a pulsante è un’abitudine quotidiana. Il supporto lombare ad airbag è una sicurezza costante. Il cavo retrattile è una piccola gioia tattile.
Non è una poltrona per tutti. Ha un prezzo alto, ha dimensioni importanti, e ha una complessità tecnologica che richiede un minimo di cura (ricordarsi di caricare la batteria ogni tanto, per esempio, anche se il cavo retrattile toglie in larga parte il problema). Se cercate una sedia semplice, affidabile, da 300 euro, questa non fa per voi. E va bene così, il mercato è pieno di buone alternative in quella fascia.
A chi la consiglio? A chi lavora da casa davvero, a chi vive molte ore davanti al monitor, a chi cerca una sedia versatile tra lavoro serio e sessione di gioco serale. A chi, insomma, la poltrona è uno strumento di lavoro e non un accessorio decorativo.
A chi la sconsiglio? A chi la userà saltuariamente, a chi ha spazio limitato (occupa il suo spazio, è ingombrante davvero), e a chi non è a suo agio con la tecnologia integrata nei prodotti quotidiani.
Scenario perfetto? Una stanza studio a Roma, luce calda alla sera, dieci ore di lavoro al giorno, un cane (o due) che ti passa sotto ogni tanto chiedendo attenzioni. Per chi riconosce questa descrizione, la DXRacer Serie Martian è una sedia che vale i soldi spesi. Per tutti gli altri, pensateci due volte prima di cliccare il tasto acquista.





