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Gli attacchi che hanno colpito i data center di Yandex in Russia riaprono una questione che riguarda chiunque abbia l’abitudine di affidare foto, documenti e archivi di lavoro a server remoti. Quanto accaduto, insieme a una lunga serie di guasti informatici e infrastrutturali registrati in passato, dimostra che mettere tutti i propri dati nel cloud non è la scelta più sicura in assoluto. Il pericolo concreto è quello di restare per un periodo senza poter accedere ai file, oppure, nello scenario peggiore, di vederli sparire per sempre.
Il caso russo è particolarmente istruttivo perché mostra con chiarezza cosa succede quando un’infrastruttura digitale molto concentrata viene messa fuori uso. Non si tratta di un’ipotesi teorica o di un esercizio di simulazione ma di qualcosa che sta accadendo proprio adesso, con effetti tangibili sulla vita quotidiana di milioni di utenti.
Cosa è successo agli impianti di Yandex
Nella notte tra venerdì e sabato scorsi i droni ucraini hanno raggiunto l’impianto di Yandex situato nella regione di Vladimir, a est di Mosca. Non era il primo colpo andato a segno, visto che in precedenza erano già stati fermati anche i centri di Sasovo e Kaluga. Questi data center, insieme ad altri due, sostengono l’intera attività del gruppo spesso descritto come la “Google russa”, che ora si ritrova costretto a operare in modalità di emergenza.
La situazione è complicata da un fattore che va ben oltre i danni materiali. Ricostruire le strutture colpite diventa ancora più difficile a causa delle sanzioni che pesano sulla nazione. Senza la possibilità di appoggiarsi ai servizi cloud occidentali, Yandex non dispone di infrastrutture alternative su cui spostare i propri sistemi per tamponare l’emergenza. Nel frattempo decine di app di uso comune hanno smesso di funzionare, lasciando a terra chi le utilizzava ogni giorno per le attività più normali.
La regola del 3 2 1 per proteggere i propri file
Un elemento da tenere presente riguarda il modo in cui era organizzata la rete dell’azienda russa, basata su pochi impianti di dimensioni enormi. Quando uno di questi poli si ferma, l’impatto si allarga a cascata su tutto il resto. I fornitori di servizi utilizzati in Italia seguono invece una buona pratica ormai diffusa, ovvero distribuire le informazioni su più sedi diverse, proprio per prevenire episodi di questo genere e limitare le conseguenze di un eventuale blackout.
Detto questo, la responsabilità finale delle proprie informazioni resta sempre in capo a chi le possiede. Nessun provider, per quanto affidabile, può sostituirsi del tutto a una gestione attenta da parte dell’utente. Ecco perché conviene adottare la cosiddetta regola del 3 2 1, un metodo semplice da ricordare e alla portata di chiunque, anche senza particolari competenze tecniche.
Il principio è lineare. Bisogna conservare 3 copie dei propri file, salvarle su almeno 2 supporti diversi e tenerne 1 lontana dalle altre. In questo modo un singolo guasto, un danno fisico o un problema legato a un unico fornitore non basta a cancellare tutto quello che si è accumulato nel tempo. La copia custodita altrove rappresenta l’ultima linea di difesa, quella che entra in gioco quando tutto il resto viene meno. Una strategia di backup costruita così riduce sensibilmente il rischio di trovarsi nella stessa condizione degli utenti russi, che oggi si vedono negato l’accesso a servizi dati per scontati fino a pochi giorni fa.
Fonte: TecnoAndroid


