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We’re All Going to the World’s Fair è il film con cui Jane Schoenbrun ha esordito, un horror di formazione girato quasi tutto dentro una cameretta, ed è il titolo che vale la pena recuperare adesso che nelle sale è arrivato il suo ultimo lavoro, Teenage Sex and Death at Camp Miasma. Presentato al Sundance nel 2021, il film ha conquistato chi lo ha visto allora e continua a funzionare oggi, forse anche meglio, perché quella solitudine perennemente connessa che racconta non è invecchiata di un giorno.
La protagonista si chiama Casey e la si incontra subito mentre si sottopone alla World’s Fair Challenge, una specie di incrocio tra un ARG, una creepypasta e l’ice bucket challenge. C’è la formula da ripetere, c’è il sangue, c’è il video misterioso da guardare. Sulla carta sembra un catalogo accelerato di luoghi comuni del genere. Nella pratica funziona proprio perché a metterli in scena è una ragazzina sola nella sua stanza che fissa la webcam senza mai distogliere lo sguardo. Il momento in cui si punge ripetutamente con uno spillo per farsi uscire il sangue provoca una reazione fisica, di quelle che fanno indietreggiare sulla poltrona.
We’re All Going to the World’s Fair: un gioco che promette di cambiarti il corpo
Il meccanismo della sfida è semplice e per questo inquietante. Chi compie il rituale dovrebbe cambiare in qualche modo mai definito con precisione, e poi dovrebbe raccontare i propri sintomi come si fa in un gioco a punti. C’è chi dice di diventare di plastica, chi giura che le proprie viscere si stiano trasformando in tessere del Tetris. Il body horror qui non arriva con effetti speciali sopra le righe, arriva attraverso il racconto di sé, filtrato da caricamenti video di qualità scadente e da luci al neon comprate online.
Sotto la superficie horror, però, World’s Fair resta prima di tutto una storia di crescita. Casey non viene mai mostrata mentre parla con coetanei. Il padre non si vede, si sente soltanto, e quando si fa sentire è per urlare. Tutto il suo tentativo di entrare in contatto con qualcuno passa dai video che carica in rete, documentando le trasformazioni che dice di provare dopo la challenge. È una richiesta di attenzione travestita da esperimento paranormale.
Il ruolo ambiguo di JLB e il disagio che non si scioglie
Una scelta che distingue il film da tanti racconti di formazione è l’assenza totale di sessualizzazione della protagonista. Non c’è il risveglio sessuale, non c’è lo sguardo compiaciuto sulla ragazzina. C’è invece la ricerca di un posto dove sentirsi accolta, dentro un mondo che vive quasi esclusivamente online. L’unico altro personaggio con un vero spazio in scena è JLB, un uomo di mezza età altrettanto solo, convinto che Casey sia in pericolo e deciso a dirglielo.
Il rapporto tra i due aggiunge uno strato di disagio a un film che già mescola elementi horror e sguardi troppo ravvicinati sulla vita di una ragazzina. C’è qualcosa di voyeuristico nell’insieme. Non viene mai detto apertamente, ma tutto lascia intuire che JLB stia provando ad adescare una persona fragile, e la macchina da presa non offre appigli rassicuranti.
Il film sceglie di restare in quell’ambiguità scomoda invece di risolverla, e proprio lì sta la sua forza. Non raggiunge le vette surreali e volutamente eccessive di I Saw the TV Glow o di Camp Miasma, ma è uno di quei rari titoli indipendenti capaci di usare i codici del body horror in modo davvero originale, senza ricalcare quello che è già stato fatto mille volte.
We’re All Going to the World’s Fair si può vedere in streaming su Criterion Channel, Kanopy e Hoopla.








