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Niente boicottaggio di GTA 6: la richiesta arriva proprio da chi ha perso il posto in Rockstar Games e che oggi, paradossalmente, difende il gioco su cui ha lavorato per anni. Il messaggio è arrivato attraverso l’Independent Workers Union of Great Britain, il sindacato a cui gli ex dipendenti sono iscritti e che sta portando avanti una causa contro lo studio. La formula scelta è chiara: non boicottate GTA 6, combattete per la giustizia delle persone che lo hanno realizzato.
Il ragionamento dietro l’appello ha una logica piuttosto semplice. Un boicottaggio finirebbe per colpire anche le decine di sviluppatori che hanno passato anni sul progetto e che ancora oggi lavorano dentro Rockstar Games. Penalizzare il gioco significherebbe penalizzare loro, non chi ha firmato le lettere di licenziamento.
Anni di lavoro che nessuno vuole cancellare
Nel comunicato diffuso dal sindacato il tono è quasi affettuoso verso il progetto. Gli ex dipendenti raccontano di aver messo competenze, tempo e creatività al servizio della serie GTA, e dicono di volere che le persone possano vivere l’universo che hanno contribuito a costruire. È una posizione che tiene insieme due cose apparentemente in contrasto, l’orgoglio per il lavoro fatto e la rabbia per il modo in cui è finita. Perché il seguito del messaggio non lascia spazio a fraintendimenti. Nessuno vuole lasciare Rockstar libera da ogni responsabilità, si legge nel testo. L’invito a non boicottare non è un colpo di spugna, ma un tentativo di spostare la pressione dal prodotto all’azienda, dalla cassa alle aule di tribunale.
La vicenda riguarda oltre trenta persone allontanate dallo studio con l’accusa di aver tenuto una grave condotta illecita. Gli interessati respingono la ricostruzione in modo netto e sostengono di essere stati mandati via per un motivo molto diverso, cioè il tentativo di sindacalizzarsi. Due versioni inconciliabili, che ora dovrà valutare chi ha il compito di decidere.
Come sostenere gli ex dipendenti di Rockstar Games
Insieme all’appello, il sindacato ha indicato anche qualche modo concreto per dare una mano alla causa. Tra le iniziative c’è la possibilità di prenotare una t shirt, il cui ricavato servirà a coprire le spese legali di una battaglia che si preannuncia lunga e costosa. Un meccanismo classico nelle vertenze di questo tipo, dove il divario di risorse tra lavoratori e azienda è enorme.
Il tempismo, va detto, non è casuale. L’appello arriva mentre si avvicina la data della presentazione di GTA 6 su Netflix, un momento in cui l’attenzione intorno al gioco sarà altissima e ogni voce fuori dal coro rischia di rimbalzare molto più forte del solito. Gli ex dipendenti hanno scelto di sfruttare quella finestra per parlare, ma senza puntare il dito contro il gioco.
L’udienza finale è fissata per settembre. Sarà quel passaggio a stabilire se i licenziamenti reggeranno o se la ricostruzione dei lavoratori troverà conferma, con tutto ciò che ne deriverebbe in termini di responsabilità per lo studio. Nel frattempo la procedura avviata dall’IWGB va avanti e le posizioni restano quelle di partenza, con l’azienda ferma sulla contestazione disciplinare e i lavoratori convinti di essere stati puniti per aver provato a organizzarsi.
C’è un dettaglio che rende questa storia diversa dalle solite polemiche intorno a un lancio videoludico. Di norma, quando esplode una controversia su condizioni di lavoro e licenziamenti, arrivano quasi in automatico gli appelli a non comprare, a rimandare l’acquisto, a mandare un segnale con il portafoglio. Qui accade l’opposto, e la richiesta parte proprio da chi avrebbe più motivi per essere arrabbiato con lo studio. Gli ex sviluppatori chiedono quindi due cose insieme: giocare a GTA 6 senza sensi di colpa e, allo stesso tempo, non dimenticare come sono finite decine di carriere dentro uno dei team più celebrati dell’industria. Il verdetto arriverà a settembre.








