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Twitch e Amazon nei guai: class action sull’AI degli streamer

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Una causa contro Twitch e Amazon per l’addestramento dell’intelligenza artificiale sui contenuti degli streamer è arrivata in tribunale questa settimana, e a firmarla è un creator del Connecticut, Warren Pandiscia. La denuncia, depositata come class action, sostiene che le due aziende abbiano usato le sue dirette e i suoi video come materiale grezzo per alimentare i prodotti AI di Amazon, senza mai chiedere il permesso e senza pagare alcuna licenza. Un passaggio che, secondo il ricorso, trasforma il lavoro di migliaia di persone in carburante gratuito per sistemi commerciali sviluppati altrove.

Il punto centrale del documento è tutto lì, in quella formula che descrive gli streamer come materiale di addestramento a costo zero destinato a prodotti di intelligenza artificiale separati dalla piattaforma. Non si parla quindi solo di uso improprio dei contenuti, ma di un vantaggio economico costruito sulle spalle di chi quei contenuti li produce ogni giorno, spesso investendo tempo, attrezzatura e soldi veri.

Twitch e Amazon: l’opt out arrivato dopo, e la frase che pesa

Il contesto aiuta a capire perché la questione sia esplosa proprio adesso. All’inizio di questo mese l’account di supporto di Twitch ha annunciato su X l’introduzione di un’opzione per rinunciare all’utilizzo dei contenuti del proprio canale nell’addestramento dei modelli di AI generativa dell’intero ecosistema Amazon. Una funzione che, sulla carta, restituisce controllo ai creator. Nella pratica, però, il meccanismo è attivo per impostazione predefinita, quindi chi non vuole partecipare deve andare a cercarsi l’impostazione e disattivarla a mano.

Poco dopo l’annuncio, durante una puntata di Patch Notes, il format ricorrente che la piattaforma dedica agli aggiornamenti, uno spettatore ha chiesto proprio come mai la scelta non fosse impostata al contrario, cioè con adesione volontaria. La risposta di Mike Minton, chief product officer dell’azienda, è stata secca: se fosse stato un opt in, nessuno avrebbe aderito. Una frase onesta, forse troppo, che ha fatto il giro dei canali e che nel dibattito attuale suona come un’ammissione difficile da smontare.

Cosa contesta la class action

Il ricorso parla di violazione contrattuale. Secondo l’accusa, Amazon e la piattaforma di streaming avrebbero infranto gli accordi con i propri creator nel momento in cui hanno deciso di impiegare le loro trasmissioni per costruire e affinare prodotti commerciali di AI del tutto distinti dal servizio a cui gli streamer si erano iscritti. Il documento sostiene inoltre che le due società abbiano tratto beneficio da persone che, testualmente, hanno perso denaro o proprietà a causa di pratiche descritte come illecite, scorrette e fraudolente.

È un’accusa pesante, e la formula della class action significa che il caso potrebbe allargarsi ben oltre il singolo streamer del Connecticut, coinvolgendo potenzialmente tutti i creator che si trovano nella stessa posizione. Il tema, del resto, non riguarda soltanto questa piattaforma.

Un fronte legale che si allarga

Amazon non è l’unica azienda finita nel mirino per il modo in cui raccoglie materiale destinato ai propri modelli. All’inizio di quest’anno tre youtuber hanno depositato una class action contro Apple, accusando il gruppo di aver raccolto contenuti protetti da copyright per addestrare i suoi sistemi di intelligenza artificiale. Due vicende diverse, stessa domanda di fondo: chi produce video e dirette ha diritto a decidere se il proprio lavoro può diventare materiale di apprendimento per una macchina, e soprattutto se quel passaggio debba essere pagato.

Per ora le grandi piattaforme si sono mosse quasi tutte nella stessa direzione, cioè attivando la raccolta per impostazione predefinita e lasciando ai creator l’onere di tirarsi indietro. La causa depositata questa settimana punta proprio a ribaltare quella logica, chiedendo ai giudici di stabilire se un consenso implicito basti davvero a giustificare l’uso commerciale di milioni di ore di contenuti.

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