Il carbone torna al centro delle politiche energetiche statunitensi con un nuovo piano dell’amministrazione Trump, annunciato giovedì durante un evento stampa piuttosto caotico, dove il presidente è passato senza preavviso dai temi dell’energia alla sua ossessione per la costruzione e il restauro di monumenti a Washington. La parte dedicata all’energia, va detto, è apparsa spesso scollegata dalla realtà.
Trump e il “carbone bello e pulito”
“Oggi stiamo prendendo una decisione storica per abbassare il prezzo dell’energia e il costo della vita per tutti gli americani con la forza del carbone pulito e bello”, ha dichiarato il presidente, apparentemente ignaro del fatto che il carbone sia uno dei modi più costosi per generare elettricità negli Stati Uniti.
Con l’energia eolica e solare che costano sempre meno, il carbone è diventato il secondo metodo più caro per produrre elettricità, superato solo dalla spesa necessaria per costruire una nuova centrale nucleare. Il risultato? Da oltre dieci anni non viene completata nessuna nuova centrale a carbone, e questa fonte è passata dal coprire più della metà della rete elettrica nazionale a generarne soltanto il 15 percento circa. E parliamo dei costi diretti, perché poi ci sono quelli indiretti. Il carbone produce la più alta quantità di emissioni di gas serra per unità di energia, rilascia nell’atmosfera polveri sottili e sostanze chimiche pericolose, e lascia dietro di sé ceneri ricche di metalli tossici.
Questa è la realtà, ma alla Casa Bianca sembrano abitare altrove. “Se guardate ad alcuni dei grandi fallimenti, i Paesi, di solito è l’eolico”, ha proclamato Trump. “Continua a soffiare, soffiare, soffiare e ti manda dritto a casa. Molto costoso. L’energia più cara che esista.” Ha anche insinuato che la Cina, che produce circa la metà dell’energia eolica mondiale, in realtà non la stia usando: “Praticamente l’unico momento in cui costruiscono le turbine eoliche è per venderle agli stupidi negli Stati Uniti.”
I 700 milioni e i nuovi impianti
Nonostante i problemi economici legati al carbone, Trump ha sostenuto che questo nuovo sforzo per frenarne il declino farà risparmiare 50 miliardi di dollari (circa 46 miliardi di euro) in costi dell’elettricità. La fonte di quella cifra, però, non è stata specificata.
I 700 milioni di dollari (poco più di 640 milioni di euro) verranno spesi nell’ambito del Defense Production Act, la legge che consente al presidente di proteggere le industrie ritenute fondamentali per la difesa nazionale. Un emendamento del 1980 ha aggiunto anche l’energia all’elenco dei settori in cui il presidente può intervenire. Buona parte di questi fondi, peraltro, proverrebbe da un capitolo di spesa creato dal Congresso per sviluppare le tecnologie di cattura del carbonio.
La fetta più grossa dei soldi servirà ad aggiornare 14 centrali a carbone che altrimenti rischierebbero la chiusura. E qui va aggiunto che ci sono già impianti che il governo ha semplicemente ordinato alle utility di tenere aperti. Altri fondi andranno invece alla costruzione di nuove centrali in Alaska e Virginia Occidentale, che diventerebbero i primi impianti del genere realizzati negli Stati Uniti dal 2013.
I finanziamenti del Dipartimento dell’Energia si accompagnerebbero a investimenti privati. Ma qui il rischio è concreto. La crescita rapida delle energie rinnovabili con ogni probabilità continuerà, e il prezzo dell’energia da carbone salirà non appena l’EPA tornerà a far rispettare le normative già esistenti, cosa che potrebbe accadere persino prima che la costruzione dei nuovi impianti sia terminata. Quindi, nella misura in cui questa operazione dovesse funzionare, c’è una buona probabilità che produca asset bloccati, ossia investimenti destinati a non rendere mai quanto previsto.