Il nucleare torna ufficialmente dentro il percorso legislativo italiano, e questa volta con un primo passaggio concreto. La Camera ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Un risultato che ha un peso politico evidente, perché rimette al centro del dibattito una fonte energetica che in Italia mancava da tempo dalla produzione nazionale. Adesso il testo passa al Senato, e solo dopo l’approvazione definitiva l’esecutivo potrà scrivere i decreti legislativi con le regole su produzione di energia, sicurezza, combustibile, gestione dei rifiuti radioattivi, tecnologie di nuova generazione e ricerca sulla fusione.
Il provvedimento era stato presentato a ottobre dello scorso anno e nasce con un obiettivo chiaro: ricostruire da zero una normativa che da anni era rimasta congelata. L’intenzione del Governo è chiudere l’iter prima della pausa estiva e arrivare ai decreti attuativi entro la fine dell’anno. Ma attenzione, il voto della Camera da solo non rende ancora operativo nulla. La delega dovrà essere esercitata entro un anno dall’entrata in vigore della legge, e sarà solo con quei testi che verranno fissate le regole vere su impianti, autorizzazioni, sicurezza, filiera e gestione dei materiali radioattivi.
Cosa prevede il disegno di legge
Il testo è composto da cinque articoli e mette in fila tutti i temi che il Governo dovrà poi tradurre nei prossimi decreti. Si parte dalla produzione e dall’utilizzo, in Italia, di energia da fonte nucleare sostenibile secondo la definizione dell’Unione europea. Ma il provvedimento guarda molto più in là della semplice generazione elettrica. Dentro ci sono anche il combustibile, il riprocessamento, la gestione del materiale esaurito, la sicurezza degli impianti e i rifiuti radioattivi. Tutte componenti senza le quali una filiera nucleare, banalmente, non sta in piedi.
Nel testo rientrano pure la disattivazione e lo smantellamento degli impianti già esistenti, la ricerca sulla fusione e la possibilità di produrre idrogeno usando l’energia nucleare. In sostanza il ddl non si limita a immaginare i reattori del futuro: prova a rimettere ordine tra autorizzazioni, controlli, scorie, competenze degli enti e regole necessarie per capire se e come questa fonte potrà davvero rientrare nel sistema energetico nazionale.
I nuovi reattori e il ruolo dei territori
La parte più vicina a un possibile ritorno riguarda le tecnologie di nuova generazione. Nel testo si parla degli SMR, gli Small Modular Reactors, degli AMR, gli Advanced Modular Reactors, e dei micro reattori. Impianti molto diversi dalle grandi centrali tradizionali, che dovranno essere regolati nei futuri decreti per quanto riguarda costruzione, esercizio, controlli e sicurezza.
Il Governo avrà diversi compiti da svolgere: semplificare le autorizzazioni, fissare standard elevati per la tutela della salute, prevedere misure di compensazione per i territori che ospiteranno gli impianti e coinvolgere l’industria italiana nella filiera tecnologica. C’è anche un capitolo dedicato alla formazione di tecnici, ingegneri e ricercatori, perché un eventuale ritorno al nucleare richiederebbe competenze specifiche che oggi vanno ricostruite o rafforzate.
Tra le novità più curiose c’è la possibilità per i Comuni di candidarsi a ospitare i nuovi siti. Un meccanismo che ribalta la logica: la scelta delle aree non arriverebbe più solo da una decisione calata dall’alto, ma potrebbe partire dalle amministrazioni locali interessate a entrare nel percorso previsto dalla delega. Gli impianti nucleari già presenti in Italia, invece, resterebbero destinati alla dismissione, salvo eventuali riconversioni.