La fabbrica di ammoniaca che l’azienda Gas y Petroquímica de Occidente vuole costruire a Topolobampo, nello stato messicano di Sinaloa, è diventata il bersaglio di una protesta che ormai non accenna a placarsi. Tutto è cominciato dagli schermi dei telefoni. Melina Maldonado, tra le voci più note nella difesa del popolo indigeno yoreme-mayo e in prima fila contro il megaprogetto fin dal 2014, ha visto le prime immagini in una foto condivisa su un gruppo WhatsApp. Una struttura metallica enorme, allungata, quasi spaventosa.
“Quello è un missile, adesso voliamo davvero, guardate che dimensioni”, scrivevano alcuni abitanti, racconta Maldonado, mentre osservavano il convoglio uscire lentamente dal porto di Topolobampo il 29 maggio 2026, diretto agli impianti dell’azienda nella baia di Ohuira. Un luogo dal grande valore ambientale, culturale ed economico, che le comunità vogliono proteggere a ogni costo. Quel giorno una trentina di pescatori provò a fermare la mole industriale che, accanto ai mezzi che la trasportavano, sembrava ancora più imponente. Le foto e i video passarono di telefono in telefono, accendendo un’inquietudine che per anni non aveva attecchito tra la gente del porto.
“Adesso sento che l’azienda ha sbagliato a mostrare il suo vero volto, il mostro della laguna, perché è così che ora lo vedono tutti”, dice Maldonado, che fa parte del collettivo Aquí No, nato nel 2017 e formato da comunità yoreme-mayo, attivisti, accademici e consulenti legali. La planta di ammoniaca è progettata per produrre 2.200 tonnellate al giorno di ammoniaca anidra, un gas usato come base per i fertilizzanti.
Topolobampo, le proteste arrivano fino a Berlino
L’arrivo di quelle strutture ha cambiato la scala delle proteste. In pochi giorni si sono registrate mobilitazioni a Culiacán, Mazatlán e nella Città del Messico, dove collettivi ambientalisti hanno manifestato davanti all’Ambasciata della Germania, paese d’origine di Proman AG, socio principale dell’azienda. Anche a Berlino alcuni messicani residenti hanno rilanciato la richiesta di cancellare il progetto, mettendo in discussione il ruolo del finanziamento tedesco garantito dalla banca KfW IPEX-Bank.
Il 12 giugno 2026 le comunità sono riuscite a ottenere un incontro a Los Mochis con autorità federali e statali, guidate dalla Segreteria dell’Ambiente e dalla sua titolare Alicia Bárcena, insieme alla Procura per la protezione ambientale guidata da Mariana Boy Tamborrell. Al tavolo c’erano anche rappresentanti dell’Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni, della Marina e di altri enti. Dopo la riunione è stata annunciata una serie di tavoli di dialogo e un’ispezione ambientale con la partecipazione dei rappresentanti delle comunità.
Per gli yoreme-mayo, però, nulla è cambiato. “È venuto tutto il governo della presidenta Claudia Sheinbaum”, dice Maldonado. “Ma la posizione resta la stessa, qui no. Abbiamo chiesto che, mentre analizzavano le informazioni, si cancellasse il progetto. Ci hanno detto che non potevano”. Così, all’alba del 15 giugno, le comunità hanno installato un blocco permanente agli accessi della fabbrica. “Non abbiamo dato scadenze, perché terremo occupati gli impianti”, aggiunge.
L’azienda non ha risposto alle richieste di posizione, come del resto la Segreteria dell’Ambiente. Solo la banca finanziatrice KfW IPEX-Bank ha dichiarato via email che il progetto rispetta gli standard ambientali e sociali, nonostante a dicembre 2025 undici relatori delle Nazioni Unite avessero segnalato violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani di queste comunità. La banca ha aggiunto di aver incaricato una società indipendente di rivalutare la consultazione indigena del 2022, quella che permise la prosecuzione del progetto malgrado l’opposizione.
Una laguna protetta a rischio collasso
Oltre allo scontro politico e legale, in ballo c’è il futuro della baia di Ohuira, parte di un complesso lagunare riconosciuto a livello internazionale come sito Ramsar per il suo valore ecologico. Diana Escobedo Urías, ricercatrice del CIIDIR dell’Istituto Politecnico Nazionale che lavora nella zona da oltre trent’anni, spiega che il rischio principale non sta tanto nell’impianto in sé, quanto nella sua collocazione in un sistema fragile.
Uno dei punti più critici riguarda l’acqua. La planta avrebbe bisogno di enormi volumi di acqua marina, con l’aspirazione di organismi allo stato larvale, in particolare gamberi, da cui dipendono almeno 4.000 pescatori e le loro famiglie. A questo si aggiunge il ritorno di acqua più calda e salata, che in una laguna poco profonda potrebbe stravolgere l’equilibrio ecologico. Sarebbero a rischio anche la tartaruga embricata, in pericolo critico, e una comunità di delfini tursiopi che usa la baia come rifugio per la maternità.
“La laguna non regge altri impatti”, avverte Escobedo. “Quello che serve è un restauro urgente, e lo chiediamo da molti anni”. La studiosa aggiunge che in caso di incidente industriale, fughe nei condotti o guasti operativi, gli effetti potrebbero arrivare almeno a 14 chilometri di distanza, con conseguenze su persone e ambiente fino a centri urbani come Los Mochis, a seconda del vento. “Non ci sono vie d’uscita e i governi non hanno mai detto come si evacuerebbe la gente. Cinque minuti dopo una fuga, quante persone si possono portare via? Nessuno”.
L’azienda respinge l’idea di un rischio simile. In una serie di domande e risposte pubblicata il 9 giugno sul proprio sito ha spiegato che quella possibilità non esiste “nei termini diffusi”, perché il progetto incorpora più sistemi di sicurezza, dalla doppia contenzione ai protocolli di emergenza, che rendono “altamente improbabili scenari catastrofici”.