Titano, la luna più grande di Saturno, viene indicata oggi come il candidato numero uno per piazzare un avamposto umano nello Spazio profondo, persino davanti alla Luna e a Marte. L’idea, sostenuta da un gruppo internazionale di scienziati planetari, è tanto semplice quanto ambiziosa. Se vogliamo davvero diventare una civiltà capace di muoversi tra i pianeti, conviene guardare lontano, e questo satellite di Saturno potrebbe rivelarsi il punto di partenza ideale per spingersi ancora oltre, verso Urano e Nettuno. Lontanissimo, certo. Ma con caratteristiche che nessun altro corpo del Sistema solare può vantare.
Cosa rende Titano così speciale
Avvistato per la prima volta nel 1655, Titano è il satellite più grande che ruota attorno al Signore degli anelli. Con un raggio di circa 2.575 chilometri supera persino Mercurio per dimensioni. Ma non sono le misure a renderlo prezioso ai nostri occhi. La cosa interessante è che si tratta dell’unico mondo, oltre alla Terra, dotato di un’atmosfera densa, fatta per il 95% di azoto e per il 5% di metano. E quel metano fa una cosa curiosa. Evapora, forma nuvole, poi ricade sotto forma di pioggia, dando vita a laghi e mari di idrocarburi liquidi stabili.
La superficie è gelida da brividi, parliamo di 179 gradi sotto zero, ed è coperta da una crosta di ghiaccio d’acqua che nasconderebbe sotto di sé un oceano liquido. Tutta questa chimica organica, unita a un ambiente prebiotico, rende Titano un obiettivo di primo piano per l’astrobiologia. Non a caso la missione Dragonfly della Nasa è già in programma, anche se la partenza non avverrà prima del 2028.
Il Golfo Persico del Sistema solare
Lo studio supportato dalla Nasa e guidato da Conor A. Nixon, scienziato planetario al Goddard Space Flight Center, va però oltre il fascino. Titano viene descritto come una possibile riserva strategica per le future missioni spaziali umane a lungo raggio, una sorta di Golfo Persico del Sistema solare. Un punto di snodo dove le prossime generazioni di esploratori potrebbero ricavare tutto il necessario per vivere e per alimentare i viaggi verso lo Spazio profondo. Fino a oggi gran parte degli studi sulla cosiddetta In situ resource utilization, cioè lo sfruttare le risorse sul posto invece di portarsele dalla Terra, si erano concentrati su Luna o Marte. Ma qui i vantaggi sembrano superiori.
Fare il pieno, tanto per dirne una, non sarebbe un problema. Titano è pieno di idrocarburi come metano, propano, butano e altri liquidi pesanti simili a cherosene o benzina, tutti utilizzabili come combustibile. Non solo. Quegli stessi composti possono diventare la base per produrre plastica, gomma sintetica, solventi, prodotti farmaceutici e persino cibo. Con la manifattura additiva, ovvero la stampa 3D, i coloni potrebbero costruire infrastrutture permanenti usando i polimeri locali come inchiostro per le stampanti, fabbricando ricambi, tessuti, utensili e materiali edili direttamente sul posto. I metalli pesanti andrebbero recuperati altrove, magari su asteroidi o satelliti più vicini, ma il resto sarebbe a portata di mano.
Ossigeno, acqua e il nodo dell’energia
Il vero ostacolo è la quasi totale assenza di ossigeno libero nell’atmosfera. Si può aggirare attingendo alla crosta di ghiaccio. Attraverso l’elettrolisi, che usa l’elettricità per spezzare le molecole d’acqua, si produce ossigeno per respirare. E insieme all’idrogeno, l’altro prodotto del processo, si potrebbero ricavare propellenti criogenici per i motori a razzo più potenti, liquefacendo i gas direttamente lì.
Restano le sfide grosse, su tutte la distanza. La Terra dista dal Sole circa 149,6 milioni di chilometri, Saturno arriva in media a 1,4 miliardi di chilometri e Titano si trova a circa 1,2 milioni di chilometri dal pianeta. Per raggiungerlo in tempi sostenibili servirebbero propulsori ben più potenti di quelli attuali, basati sulla fissione nucleare. La luce solare che arriva sulla superficie è appena lo 0,1% di quella terrestre, troppo poca per affidarsi al fotovoltaico. Ed è proprio l’energia nucleare da fissione la soluzione più logica indicata dagli autori. Piccoli reattori portati dalla Terra basterebbero ad alimentare estrazione delle risorse, riscaldamento degli habitat e impianti industriali per generazioni intere.