La tassa sui piccoli pacchi extra UE sta per diventare realtà, e per chi compra online da Cina e altri paesi fuori dall’Europa il portafoglio rischia di alleggerirsi. Dal 1 luglio 2026 scatta infatti un meccanismo che mette insieme dazi europei e balzelli nazionali, con il risultato che ogni spedizione potrebbe costare diversi euro in più. In Italia si parte da una cifra precisa, 5 euro, ma il conto finale potrebbe salire ancora.
Cosa cambia dal 1 luglio 2026
Andiamo con ordine. La prima novità è il dazio europeo da 3 euro, applicato ai pacchi con valore inferiore a 150 euro spediti da paesi extra UE. A questo si aggiunge una tassa italiana da 2 euro pensata per coprire le spese doganali legate al controllo dei pacchi. Era prevista già dal 1 gennaio 2026, poi è stata rinviata di sei mesi. Fanno 5 euro, ma c’è un dettaglio che pesa parecchio: il dazio si calcola in base alla categoria merceologica. Tradotto, se in uno stesso pacco finiscono tre articoli diversi, il conto del solo dazio può arrivare a 9 euro.
E non è ancora tutto. Il 1 novembre 2026 entrerà in scena anche una commissione di gestione europea, pensata per coprire i costi dei controlli doganali. La cifra non è ancora ufficiale, ma secondo DHL potrebbe aggirarsi sui 2 euro a spedizione. Mettendo insieme tutto, gli utenti italiani rischiano di pagare almeno 7 euro in più per ogni pacco, una somma che in molti casi supera il prezzo stesso dei prodotti venduti su piattaforme come Temu.
Perché l’Europa ha deciso così
Il contesto aiuta a capire la scelta di Bruxelles. Nel 2025 sono arrivati in Europa quasi 6 miliardi di articoli di basso valore, sotto la soglia dei 150 euro, e il 90% di questi proveniva dalla Cina. Si parla soprattutto di elettronica e abbigliamento fast fashion. Fino a oggi questa merce era esente dai dazi doganali, ma l’Unione europea ha deciso di chiudere il rubinetto per tre motivi ben precisi: la concorrenza sleale verso le aziende europee, alimentata dai sussidi del governo cinese, l’aumento dell’inquinamento ambientale e il mancato rispetto degli obblighi di sicurezza, con prodotti spesso illegali. Il dazio da 3 euro è una misura ponte. Servirà in attesa della vera riforma doganale europea, in particolare del centro doganale digitale per l’e-commerce previsto nel 2028. Intanto i venditori extra UE hanno già trovato delle scappatoie. Aprire magazzini in Europa, come fa Amazon, permette di evitare il dazio perché i pacchi partono da un paese comunitario.
Lo stesso discorso vale per la tassa italiana da 2 euro. Confetra ha fatto notare che basta spedire la merce verso altri paesi europei e poi portarla in Italia su camion per aggirarla del tutto. Il risultato sarebbe paradossale: zero entrate per lo Stato e più inquinamento per via dei trasporti su gomma. Dazio, tassa e commissione, sulla carta, dovrebbero ricadere su venditori e importatori. Nella pratica, però, è quasi scontato che il peso finisca sulle spalle del consumatore finale. Proprio per questo Netcomm, Federlogistica e Federdistribuzione hanno chiesto al governo di sospendere l’applicazione della tassa da 2 euro fino a quando non entrerà in vigore la commissione di gestione doganale europea.