Suno ha deciso di trasformarsi in qualcosa di più di una semplice fabbrica di canzoni create dall’intelligenza artificiale. La piattaforma, già finita sotto causa per aver addestrato i suoi modelli su milioni di brani coperti da copyright, adesso punta a diventare anche una destinazione per lo streaming e un punto di partenza per artisti emergenti. Il progetto si chiama Spark e promette borse di studio, percorsi di mentorship e supporto marketing a cantanti, autori e produttori indipendenti che non hanno ancora un contratto. Sulla carta sembra un’occasione d’oro. Poi però arriva il momento di leggere i termini e le condizioni, e l’entusiasmo si raffredda parecchio.
Cosa nascondono i termini del programma Spark
Per entrare in Spark gli artisti devono accettare che le loro canzoni finiscano su Suno disponibili per il remix. Fin qui niente di strano. Il problema è che la licenza concessa all’azienda va molto oltre quel semplice gesto. Comprende infatti il diritto di creare opere derivate a partire dal materiale dell’artista. C’è poi una forma di esclusività, seppur limitata, riservata alla piattaforma. E soprattutto si rinuncia al diritto di affrontare un processo con giuria e a partecipare ad azioni collettive. Un particolare tutt’altro che secondario, considerando che Suno è già alle prese con una proposta di class action portata avanti proprio da un gruppo di artisti indipendenti.
La clausola che fa più discutere riguarda però il silenzio. Si chiama Good Vibes Only e vieta ai partecipanti di rilasciare qualsiasi dichiarazione, scritta o detta a voce, che possa gettare cattiva luce sull’azienda, sui suoi dipendenti o sui suoi prodotti. Chi sgarra viene buttato fuori dal programma. Non basta. Suno si riserva pure il diritto di chiedere modifiche e rimozioni dei contenuti, mentre gli artisti sono tenuti a promuovere attivamente la piattaforma. Un bel pacchetto, insomma.
La battaglia legale sul fair use e i dubbi che restano
Tutto questo si inserisce in una delle dispute legali più rilevanti sull’intelligenza artificiale generativa. Suno compare in un’inchiesta che ha messo sotto la lente i 12 milioni di brani usati per allenare i suoi modelli ed è stata trascinata in tribunale da Universal Music Group e da altre etichette per violazione del copyright. La linea difensiva dell’azienda poggia tutta sul concetto di fair use, ovvero l’uso lecito di materiale protetto in determinate circostanze.
E mentre quella battaglia va avanti, ecco arrivare le borse di studio per gli indipendenti. Borse di studio accompagnate però da clausole che, a conti fatti, garantiscono a Suno più diritti sul materiale dell’artista di quanti ne avrebbe un’etichetta discografica tradizionale. Più una clausola bavaglio che impedisce di muovere critiche all’azienda. La domanda, a questo punto, è una sola e tutt’altro che banale. Quanti artisti indipendenti si prenderanno la briga di leggere davvero i termini prima di apporre la firma?