L’ipotesi che vede SpaceX costretta a comprarsi T-Mobile per una cifra che potrebbe sfiorare i 280 miliardi di euro non è più solo chiacchiera da corridoio. Una nota firmata dagli analisti di TD Cowen mette nero su bianco le opzioni sul tavolo, e i numeri fanno girare la testa. L’azienda di Elon Musk si trova davanti a un muro eretto dai tre grandi operatori telefonici statunitensi, e per abbatterlo potrebbe servire un’operazione da capogiro.
Il punto è semplice nella sostanza, complicato nella pratica. Senza spettro terrestre compatibile con i telefoni che la gente ha già in tasca, il sogno del servizio direct-to-cell resta zoppo.
SpaceX: perché lo spettro è il vero nodo della questione
Di recente SpaceX ha messo le mani su circa 65 MHz di spettro nazionale a uso esclusivo, spendendo quasi 18 miliardi di euro. Il pacchetto si divide in tre bande distinte. Una quindicina di MHz arrivano dalla banda AWS-3, già sfruttata da colossi come AT&T e Verizon per le loro reti LTE e 5G, e per fortuna supportata dalla gran parte degli smartphone di fascia media e alta. Poi ci sono circa 40 MHz di AWS-4, perfetta sulla carta per la comunicazione tra satellite e terra ma poco riconosciuta dai cellulari in circolazione. Infine una decina di MHz di banda H-Block, capace di offrire fino a 20 volte la velocità dati delle frequenze basse che SpaceX affittava in precedenza da T-Mobile. Anche questa, però, è quasi ignorata dai telefoni attuali.
E qui sta l’inghippo. A parte la AWS-3, il grosso dello spettro acquistato non parla la stessa lingua dei dispositivi che usiamo ogni giorno. Produttori come Apple, Samsung e Google difficilmente si metteranno a colmare questo divario di compatibilità se SpaceX non mostrerà prima un impegno concreto e corposo. Per capirci, gli iPhone oggi sfruttano la banda L in uplink e la banda S in downlink per i servizi satellitari diretti, frequenze che non coincidono con quelle della AWS-4 né con quelle della H-Block.
La strada di T-Mobile e il conto da pagare
C’è poi una questione di rapporti di forza. AT&T, Verizon e T-Mobile hanno detto no a un accordo da operatore virtuale con SpaceX, perché si sentono minacciati dalle ambizioni del gigante satellitare. Senza quell’intesa, SpaceX non ha una via comoda per accedere in grandi quantità allo spettro giusto. Serve anche una rete di torri cellulari già esistente, soprattutto nelle città, dove migliaia di persone che provano a collegarsi a un numero limitato di fasci satellitari semplicemente non funziona.
A complicare ancora le cose ci sono le regole della FCC sulla copertura supplementare dallo spazio. Se una torre a terra usa una frequenza AWS-3 nelle vicinanze, il satellite che adopera la stessa frequenza deve cedere il passo per evitare interferenze. Questo mette la AWS-4 in una posizione di vantaggio, ma il problema della compatibilità ridotta resta lì, immobile.
Ecco perché TD Cowen indica T-Mobile come la scelta più diretta. Starlink alimenta già il servizio direct-to-device dell’operatore nelle zone rurali senza copertura, e il profilo di T-Mobile, puro operatore wireless con cultura da sfidante, lo rende ancora più appetibile. L’esecuzione, però, sarebbe tutt’altro che semplice. Con una capitalizzazione attorno ai 175 miliardi di euro, aggiungendo i debiti esistenti il costo dell’operazione potrebbe gonfiarsi fino a circa 280 miliardi di euro, e salire ancora in caso di scalata ostile.
SpaceX ha raccolto da poco 75 miliardi di euro dalla quotazione e altri 22 miliardi dal mercato obbligazionario. Con l’acquisizione di Cursor strutturata interamente in azioni, dispone in teoria di circa 97 miliardi di euro in liquidità. Rimane comunque un buco da oltre 180 miliardi da colmare. Forse la mossa più ragionevole sarebbe lasciar perdere le acquisizioni e spingere i produttori di telefoni a supportare le bande AWS-4 e H-Block.