La ricerca di tracce di vita su Marte ha appena superato una prova importante, e la cosa curiosa è che a fornirla non è stato il pianeta rosso ma un vecchio meteorite caduto in Australia più di cinquant’anni fa. Un gruppo di ricercatori ha messo alla frusta uno degli strumenti più delicati che presto voleranno verso Marte, quello montato a bordo del rover Rosalind Franklin dell’Agenzia Spaziale Europea, e i risultati raccontano qualcosa di inatteso. Lo strumento funziona, sa distinguere molecole che potrebbero aver conservato per miliardi di anni la firma di antichi organismi. Ma nel corso dei test è saltato fuori un dettaglio scomodo legato all’inquinamento terrestre.
Marte, del resto, non è sempre stato il deserto gelido che conosciamo oggi. Miliardi di anni fa, secondo gli scienziati, poteva essere caldo, umido, avvolto da un’atmosfera molto più spessa. Condizioni che avrebbero potuto ospitare forme di vita microbica semplice. Dimostrarlo, però, resta una delle sfide più dure della scienza planetaria. I rover della NASA hanno già trovato molecole organiche nelle rocce marziane, ma quelle da sole non bastano a provare nulla. A partire dal 2030 il rover europeo Rosalind Franklin entrerà in scena con strumenti pensati proprio per cercare prove chimiche più solide.
Rover Rosalind Franklin: molecole allo specchio e biosignature antiche
Il punto sta nel riuscire a separare le molecole organiche prodotte da esseri viventi da quelle nate dalla semplice chimica. Due idrocarburi, il pristano e il fitano, potrebbero essere la chiave. Provengono da organismi viventi, si trovano nel petrolio sulla Terra e sono talmente stabili da poter sopravvivere per miliardi di anni nelle giuste condizioni. Come ha spiegato Guillaume Leseigneur, primo autore dello studio e ricercatore del Max Planck Institute for Solar System Research, se la vita è mai esistita su Marte, molecole come queste rappresentano biosignature importanti che potrebbero essere arrivate fino a noi.
C’è poi una caratteristica ancora più interessante. Pristano e fitano sono molecole chirali, esistono cioè in due forme speculari chiamate enantiomeri, un po’ come la mano destra e la mano sinistra. Gli organismi viventi tendono a produrre quasi esclusivamente una sola delle due versioni. La chimica senza vita, invece, le sforna in quantità più o meno uguali. Uwe Meierhenrich, coautore dell’Università Côte d’Azur di Nizza, ha definito la chiralità uno strumento prezioso nella caccia alla vita extraterrestre.
Lo strumento MOMA e la sorpresa del meteorite
A occuparsi di questa distinzione sarà il MOMA, il Mars Organic Molecule Analyzer, sviluppato sotto la guida del Max Planck Institute. Un apparecchio che combina cromatografo a gas, spettrometro di massa, piccoli forni e un laser. I campioni di roccia vengono scaldati per liberare i composti volatili, poi i gas passano dentro capillari con rivestimenti speciali che rallentano in modo diverso le due forme speculari, permettendo di separarle. Per la prima volta i ricercatori sono riusciti a separare i due enantiomeri sia del pristano sia del fitano, molecole notoriamente poco reattive. Fatma Yesil Sahan, del team MOMA, ha sottolineato che questa separazione richiede grande sensibilità e precisione, entrambe dimostrate.
Il test però non è stato fatto su rocce marziane, bensì sul celebre meteorite di Murchison, caduto in Australia nel 1969. Il gruppo pensava che pristano e fitano fossero frutto di contaminazione biologica successiva alla caduta. I dati hanno raccontato altro. Il meteorite conteneva quantità uguali di ogni forma speculare, un pattern che non corrisponde a materiale biologico. La conclusione è che la contaminazione sia stata raccolta durante l’attraversamento dell’atmosfera terrestre, tra gli aerosol prodotti dalla combustione di combustibili fossili.
Il confronto con pristano e fitano trovati negli scisti bituminosi ha rafforzato l’ipotesi. Manuel Reinhardt, dell’Università di Gottinga, ha ricordato che il petrolio si forma in queste rocce nel corso di milioni di anni sotto calore e pressione, un processo che cancella lo sbilanciamento naturale tra le forme speculari lasciandole in proporzioni identiche. Esattamente ciò che è stato osservato nel meteorite. Il lavoro, oltre a validare MOMA in vista della missione, apre domande su come i crescenti livelli di inquinamento da petrolio nell’atmosfera terrestre possano influenzare gli studi futuri. MOMA fa parte della missione ExoMars dell’ESA, che ne ha finanziato lo sviluppo.