I robotaxis a Madrid prima della fine dell’anno: questo è il titolo che, in queste settimane, è rimbalzato su praticamente tutti i media. A lanciare l’annuncio è stata Uber, che ha pubblicato la notizia direttamente sul proprio sito. C’è solo un piccolo dettaglio che stona: di concreto, al momento, si sa pochissimo.
Nella nota diffusa dall’azienda si parla di una collaborazione con WeRide e Avomo, oltre che con il governo regionale di Madrid, e dell’intenzione di far partire il servizio entro la fine del 2026. E poco altro. Le informazioni fornite si fermano qui, più o meno. Si accenna soltanto al fatto che si tratta di un progetto pilota e che ci sarebbe la disponibilità ad aggiungere “centinaia di robotaxi” man mano che “vengano raggiunti i traguardi chiave di rendimento”, per poi “espandere il servizio commerciale di taxi senza conducente a tutte le aree urbane”.
Tante domande ancora senza risposta
Il problema è che le incognite restano parecchie. Quante vetture saranno disponibili nella prima fase? Sarà un servizio aperto a tutta la città o limitato ad alcuni quartieri specifici di Madrid? Uber e WeRide hanno già il permesso per far circolare auto senza una persona a bordo? E chiunque potrà richiedere un veicolo senza conducente per arrivare a destinazione? Domande legittime, alle quali per ora non è arrivata una risposta chiara.
Chi invece ha parlato è la DGT, l’ente spagnolo che gestisce il traffico. E le sue parole raffreddano parecchio l’entusiasmo. Dall’organismo fanno sapere di non avere alcuna traccia di una richiesta di permesso, né da parte di Uber né di alcuna azienda collegata al progetto, per effettuare test di automobili autonome senza conducente. Sottolineano anche che, al momento, le aziende coinvolte possono operare soltanto in “Modalità di Prova” e solo se autorizzate. Cosa che, stando alla DGT, non è ancora avvenuta.
Le fasi previste e la situazione in Europa
Vale la pena guardare alle fasi già approvate per questo tipo di sperimentazioni. C’è la fase controllata, con non più di tre auto autonome e sempre con un operatore di sicurezza al volante. Poi la fase estensiva, fino a 10 veicoli, anche qui con operatore al volante. Infine la fase di pre dispiegamento: il limite dei 10 mezzi viene tolto, l’operatore al volante diventa facoltativo, ma deve comunque esserci una supervisione da remoto. Oggi l’unica azienda arrivata alla fase di pre dispiegamento è Tesla, che sta testando il suo FSD con 30 veicoli e ha libertà di movimento su tutto il territorio nazionale.
Nel testo pubblicato da Uber si cita una collaborazione con il governo della Comunità di Madrid, ma anche da quella parte non sono arrivate conferme. Resta il fatto che, sia che si parli di strade regionali sia comunali, deve essere la DGT a dare il via libera. Inizialmente si era parlato di altri due comuni pronti a unirsi all’arrivo dei robotaxi, oltre a Madrid, e dell’interesse di realtà come Cabify o Bolt. Per ora, però, su questo fronte non ci sono novità. Mentre negli Stati Uniti e in Cina l’uso dei robotaxi inizia a essere una cosa normale, l’Europa resta un terreno ancora chiuso. Tesla spinge da tempo perché venga approvato il suo FSD, pubblicando video delle prove fatte in città complicate come Parigi, Roma o la stessa Madrid. L’altro progetto che aveva attirato l’attenzione è quello pilota di Zagabria, in Croazia, dove 10 vetture Arcfox Alpha T5 del costruttore cinese BAIC offrono servizi commerciali di taxi senza conducente, gestiti dalla società cinese di intelligenza artificiale Pony.AI.
In Cina, dicevamo, l’uso dei robotaxi è ormai abbastanza diffuso. Apollo Go di Baidu, WeRide e Pony.AI hanno veicoli senza conducente che offrono servizi commerciali in città come Wuhan, Pechino, Shenzhen o Shanghai. Eppure, lo stesso governo cinese sta frenando l’automazione sulle auto private, soprattutto dopo alcuni incidenti avvenuti con le funzioni di assistenza alla guida attive. Negli Stati Uniti le grandi piazze di prova sono San Francisco, il Texas o Los Angeles. Anche lì, però, proprio come prospetta la DGT, le sperimentazioni sono partite con persone al volante, e in alcuni casi il servizio resta limitato a determinate zone, senza coprire tutta la città. Un settore che ha mosso e bruciato miliardi di euro in un decennio di sviluppo intenso, e che continua a generare dubbi negli utenti: dal dilemma morale alla questione puramente pratica. In Cina si è già visto cosa succede quando il sistema va in tilt e un centinaio di robotaxi resta bloccato in mezzo al traffico, alcuni piantati in mezzo a una strada con vetture su entrambi i lati.