Il cratere di Darvaza, conosciuto in tutto il mondo come le Porte dell’Inferno, potrebbe star lentamente perdendo la sua feroce luminosità. Quella voragine infuocata nel bel mezzo del deserto del Karakum, in Turkmenistan, brucia ininterrottamente da oltre 50 anni, alimentata dal metano che fuoriesce dalle viscere della Terra. Eppure, nonostante segnali di un possibile affievolimento, non sembra affatto che il fuoco sia destinato a spegnersi nel breve periodo.
La storia di questo luogo è tanto surreale quanto affascinante. Il cratere di Darvaza si formò decenni fa, quando il terreno collassò sopra una cavità sotterranea ricca di gas naturale. Per evitare la dispersione incontrollata di metano nell’atmosfera, si decise di dare fuoco al gas, nella convinzione che si sarebbe esaurito nel giro di poche settimane. Quella previsione si rivelò clamorosamente sbagliata. Le fiamme non si sono mai spente e il cratere è diventato una delle attrazioni più bizzarre e iconiche dell’Asia centrale, capace di attirare viaggiatori da ogni angolo del pianeta.
Un’intensità che cala, ma il fuoco resta
Quello che sta emergendo ora è che l’intensità delle fiamme potrebbe essere in diminuzione. Il flusso di metano che alimenta la combustione dal sottosuolo non è infinito, e dopo più di mezzo secolo di fuoco ininterrotto è plausibile che la pressione del gas stia gradualmente calando. Le Porte dell’Inferno, insomma, potrebbero star perdendo parte della loro spettacolarità visiva. Ma attenzione: questo non significa che il cratere si spegnerà da un momento all’altro. Non ci sono indicazioni concrete che suggeriscano una fine imminente del fenomeno.
E qui si apre una questione che non è affatto banale. Se da un lato la combustione del metano lo trasforma in anidride carbonica, un gas serra comunque meno potente del metano stesso, dall’altro lato un eventuale spegnimento delle fiamme potrebbe paradossalmente rappresentare un problema ambientale. Senza la combustione, il metano continuerebbe a fuoriuscire dal sottosuolo disperdendosi direttamente nell’atmosfera, con un impatto sul riscaldamento globale decisamente più significativo. Il metano, va ricordato, ha un potenziale di riscaldamento molto superiore rispetto alla CO2 su un orizzonte temporale di pochi decenni.
Un dilemma che resta aperto
La situazione del cratere di Darvaza pone quindi un paradosso interessante. Le fiamme che bruciano da oltre 50 anni, per quanto rappresentino uno spreco energetico colossale, svolgono in qualche modo una funzione di contenimento. Finché il gas brucia, almeno non finisce tal quale nell’atmosfera. Il governo del Turkmenistan ha più volte annunciato l’intenzione di chiudere definitivamente il cratere, ma finora ogni tentativo o dichiarazione è rimasto senza esito concreto.
Nel frattempo le Porte dell’Inferno continuano a bruciare, forse con meno vigore rispetto al passato, ma comunque abbastanza da illuminare il deserto nelle notti senza luna. Il cratere misura circa 70 metri di diametro e resta uno spettacolo che lascia senza parole chiunque si avventuri fin lì. Quello che succederà nei prossimi anni dipenderà in larga parte dalla quantità residua di gas intrappolato nel sottosuolo, un dato che al momento nessuno è in grado di stimare con precisione.
Il fuoco, per ora, non ha alcuna intenzione di arrendersi del tutto.