La fedeltà a PlayStation o Xbox non ha alcun valore reale agli occhi delle grandi aziende del settore, o almeno è questo il messaggio piuttosto ruvido arrivato da Mat Piscatella, analista di Circana ben conosciuto da chi segue le dinamiche del mercato videoludico. Il concetto è tanto semplice quanto scomodo, chi compra console e giochi con entusiasmo tende a pensare di far parte di una specie di famiglia, mentre dall’altra parte, quella dei bilanci e dei fatturati, quel legame emotivo si traduce in una riga su un foglio di calcolo.
Piscatella lo ha detto senza troppi giri di parole. Le società che producono hardware e software puntano al profitto, punto. L’affetto che tanti appassionati riversano su un marchio, su una piattaforma o su una saga preferita non viene ricambiato nel modo in cui molti si aspetterebbero. Non c’è cattiveria in questo, semplicemente le logiche aziendali seguono i numeri e non i sentimenti. Un giocatore, per quanto devoto, resta appunto un numero dentro statistiche di vendita e proiezioni di crescita.
Perché il mercato spinge verso il digital only
Il ragionamento dell’analista arriva in un momento in cui l’intero comparto sta virando con decisione verso il modello digital only, ossia la vendita esclusivamente digitale dei videogiochi, senza più il supporto fisico. Piscatella ha spiegato le ragioni dietro questa tendenza, che ormai sembra difficile da invertire. Meno costi di produzione, meno logistica, margini più alti e un controllo maggiore sull’intero processo di vendita, sono tutti elementi che spingono le aziende in quella direzione.
Il punto è che questa trasformazione non nasce per venire incontro ai desideri dei consumatori, ma per una questione di convenienza economica. Chi ancora oggi preferisce il disco fisico, magari per collezionismo o per la possibilità di rivendere i propri titoli, si trova a fare i conti con un mercato che gli sta togliendo progressivamente terreno sotto i piedi. E qui torna il concetto della fedeltà dei consumatori, perché anche in questo caso le preferenze di chi acquista contano fino a un certo punto.
Un promemoria scomodo per i videogiocatori
Quello che Piscatella ha voluto trasmettere è una sorta di invito al realismo. L’attaccamento verso un marchio è legittimo, ci mancherebbe, ma non deve trasformarsi in una devozione cieca. Le aziende videoludiche ragionano come qualsiasi altra grande impresa, guardano ai ricavi e prendono decisioni di conseguenza, spesso senza tenere in grande considerazione l’entusiasmo della propria base di utenti.
Il messaggio, per quanto duro, ha una sua coerenza. La rivalità storica tra chi difende PlayStation e chi sostiene Xbox, tanto accesa online quanto sentita da milioni di persone, dall’altra parte del tavolo viene osservata con distacco, come un fenomeno da monitorare più che da alimentare per passione. Le scelte strategiche, dai prezzi ai formati di distribuzione, seguono la logica del profitto e non quella dell’affezione. E così l’analista di Circana chiude il cerchio, ricordando che ogni singolo appassionato, per quanto convinto di contare qualcosa, dentro le stanze dei bottoni resta prima di tutto un dato da inserire in una tabella.