La missione CAPSTONE ha appena tagliato il traguardo finale e i risultati raccolti dal piccolo satellite della NASA torneranno preziosi per tutto ciò che riguarda il programma Artemis e le fasi successive dell’esplorazione lunare. Se ne è parlato poco, quasi in sordina, eppure quello che questo veicolo ha dimostrato sul campo pesa parecchio sul futuro dell’uomo sulla Luna e sulla sua permanenza a lungo termine.
Il lancio risale a quattro anni fa, nel 2022, e la particolarità di CAPSTONE è stata da subito evidente. Il satellite è riuscito a sfruttare la combinazione della gravità terrestre e di quella lunare per restare su una traiettoria stabile, con un consumo di carburante decisamente contenuto. Un risultato che ha convinto la NASA a estendere la missione per altri 15 mesi, trasformando la piattaforma in un vero e proprio banco di prova per nuove tecnologie.
autoNGC e la navigazione autonoma nello spazio
Tra gli esperimenti più interessanti c’è autoNGC. Di cosa si tratta? In parole semplici, è un software che consente al veicolo spaziale di capire da solo dove si trova, quale rotta seguire e quali manovre compiere, senza dover aspettare le indicazioni dei controllori a Terra. Era la prima volta che un sistema del genere veniva messo alla prova direttamente nell’ambiente lunare, ed è proprio questo a renderlo un traguardo così rilevante per le missioni che verranno.
C’è un dettaglio che rende il tutto ancora più significativo. In alcune fasi, mentre la Deep Space Network era occupata a supportare Artemis II, CAPSTONE è riuscito a comunicare con la Terra soltanto poche volte alla settimana. Una condizione tutt’altro che comoda, che si è però rivelata un test perfetto. E stando a quanto condiviso dalla NASA, è andato tutto per il verso giusto.
Il merito va anche a una telecamera di bordo e alla cosiddetta navigazione ottica. Grazie a questi strumenti il satellite ha calcolato in autonomia la propria posizione osservando la Luna, la Terra e altri corpi celesti. In diversi casi le prestazioni sono risultate addirittura migliori rispetto ai metodi tradizionali gestiti dalle stazioni di controllo.
La rete DTN messa alla prova
C’è poi un altro tassello importante, quello della rete DTN, un’architettura di comunicazione pensata su misura per lo spazio profondo. Come funziona? A differenza delle reti che usiamo quotidianamente sulla Terra, questo sistema conserva in automatico i dati quando il collegamento cade e li spedisce non appena la connessione ritorna disponibile.
Anche qui non sono mancate le prove pratiche. Durante una trasmissione verso la Terra il collegamento si è interrotto prima del completamento. In quel frangente il satellite ha memorizzato correttamente le informazioni ancora da inviare e ha ripreso l’invio da solo nella finestra di comunicazione successiva, senza perdere neppure un pezzo di dato. Un comportamento che, per missioni destinate a spingersi sempre più lontano, fa davvero la differenza.