Le giornate sulla Terra si stanno allungando. Non è una sensazione, non è un modo di dire, e non c’entra nulla con la percezione soggettiva del tempo che passa. È un fatto scientifico misurabile, documentato e sempre più difficile da ignorare: il nostro pianeta sta rallentando la sua rotazione, e per la prima volta nella storia la causa principale potrebbe non essere naturale. Potrebbe essere colpa nostra.
Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire da un dato di base. La durata del giorno terrestre non è fissa. Da miliardi di anni, la rotazione della Terra subisce un progressivo rallentamento dovuto soprattutto all’interazione gravitazionale con la Luna. Questo effetto, noto e ampiamente studiato, aggiunge circa 2,3 millisecondi per secolo alla durata del giorno. Sembra nulla, eppure su scala geologica ha cambiato radicalmente le cose: centinaia di milioni di anni fa, un giorno durava meno di 22 ore.
Fin qui, tutto nella norma. Il problema è che negli ultimi decenni qualcosa è cambiato nel ritmo di questo rallentamento. Le giornate sulla Terra si stanno allungando a una velocità che non può essere spiegata solo con la Luna. I dati raccolti tramite misurazioni di altissima precisione, come quelle ottenute con orologi atomici e tecniche di interferometria, mostrano anomalie che hanno spinto diversi gruppi di ricerca a cercare una causa aggiuntiva. E quella causa sembra essere il cambiamento climatico.
Lo scioglimento dei ghiacci e la redistribuzione della massa terrestre
Il meccanismo è meno intuitivo di quanto si possa pensare, ma ha una logica fisica molto solida. Lo scioglimento dei ghiacci polari, accelerato dal riscaldamento globale, sta spostando enormi quantità di acqua dalle calotte glaciali verso gli oceani. Questa redistribuzione di massa, che si concentra maggiormente verso le zone equatoriali del pianeta, modifica il cosiddetto momento di inerzia della Terra.
Funziona un po’ come quando una pattinatrice allarga le braccia durante una piroetta: il corpo rallenta. La Terra, con più massa distribuita lontano dal suo asse di rotazione, fa esattamente la stessa cosa. Rallenta. E le giornate sulla Terra, di conseguenza, diventano più lunghe.
Uno studio recente ha quantificato questo effetto in modo sorprendente. A partire dal 2000, il contributo umano al rallentamento della rotazione terrestre è diventato rilevabile, e se le emissioni di gas serra continueranno ai ritmi attuali, entro la fine del secolo l’effetto potrebbe superare quello naturale causato dalla Luna. Parliamo di un cambiamento misurabile nell’ordine di millisecondi, che può sembrare irrilevante nella vita quotidiana ma ha implicazioni concrete per i sistemi di navigazione satellitare, le telecomunicazioni e la sincronizzazione dei sistemi informatici globali, tutti strumenti che dipendono da misurazioni temporali estremamente precise.
Un segnale che arriva dalla fisica del pianeta
Quello che rende questa scoperta particolarmente significativa è il fatto che rappresenta un indicatore fisico, non solo ambientale, dell’impatto umano sul pianeta. Non si parla di temperature medie o di livelli del mare, ma della velocità con cui la Terra gira su se stessa. È un parametro fondamentale, legato alla struttura stessa del pianeta, e il fatto che l’attività umana riesca a influenzarlo dà la misura di quanto profonda sia l’impronta lasciata dall’uomo sul sistema terrestre.
La perdita di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide, accelerata negli ultimi due decenni, è il principale motore di questa redistribuzione di massa. I dati satellitari confermano che ogni anno vengono perse centinaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio, e quell’acqua finisce negli oceani, allontanandosi dall’asse polare. Il risultato è un pianeta che, giorno dopo giorno, ruota un po’ più lentamente di quanto dovrebbe secondo i soli processi naturali.