Nel febbraio del 1959, nove giovani escursionisti sovietici si avventurarono tra le montagne degli Urali per un trekking ambizioso e mai tornarono indietro. Quello che le squadre di soccorso trovarono settimane dopo ha dato vita a uno dei misteri irrisolti più discussi della storia moderna: il famigerato Incidente del Passo Dyatlov. E ancora oggi, a distanza di decenni, le spiegazioni continuano a moltiplicarsi senza che nessuna riesca davvero a chiudere la questione.
Il gruppo era guidato da Igor Dyatlov, studente dell’Istituto Politecnico degli Urali. Il piano prevedeva una spedizione di 16 giorni attraverso oltre 300 chilometri di territorio gelido, aspro, totalmente remoto. Una sfida seria anche per escursionisti esperti. Ma nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo lassù.
La scena che nessuno riuscì a spiegare
Quando i soccorritori raggiunsero finalmente il campo, si trovarono davanti a qualcosa di difficile da razionalizzare. Le tende erano state squarciate dall’interno, come se qualcuno avesse avuto fretta disperata di uscire. I corpi dei nove giovani giacevano sparsi nella neve, molti praticamente senza vestiti, come se fossero fuggiti nel cuore della notte senza nemmeno il tempo di coprirsi.
Le autopsie resero tutto ancora più strano. Alcuni escursionisti presentavano fratture al cranio, altri ferite difficili da spiegare, e in certi casi mancavano addirittura gli occhi. Dettagli raccapriccianti, che non combaciavano con una semplice morte per assideramento. Eppure le autorità sovietiche chiusero l’indagine in fretta, attribuendo i decessi a una generica “forza naturale sconosciuta”, formula poi semplificata negli anni come ipotermia dovuta a condizioni estreme.
Quella spiegazione, però, non ha mai convinto davvero nessuno. E così il Passo Dyatlov è diventato terreno fertile per teorie di ogni tipo: valanghe improvvise, esperimenti militari segreti, perfino creature misteriose. Per decenni, ognuno ha provato a dare la propria versione dei fatti.
La teoria più recente: un test missilistico andato storto
Nel 2019 le autorità russe hanno tentato di chiudere definitivamente il caso, sostenendo che una piccola valanga avesse costretto gli escursionisti a fuggire dalla tenda. Una ricostruzione plausibile, ma che non spiega le ferite più gravi né la dinamica complessiva della tragedia.
Ed è qui che entra in gioco una teoria più recente, e decisamente più inquietante. Alcuni ricercatori ritengono che la tragedia del Passo Dyatlov possa essere collegata a un test missilistico sovietico fallito. Testimoni dell’epoca raccontarono di aver avvistato nel cielo delle strane sfere di fuoco proprio sopra la zona, nei giorni in cui gli escursionisti si trovavano in quota.
Secondo questa ipotesi, il lancio di un missile balistico R-12 potrebbe aver rilasciato nell’aria una nube di acido nitrico, sostanza altamente corrosiva utilizzata nei razzi a combustibile liquido. Una nebbia invisibile ma tossica che avrebbe provocato dolore intenso, disorientamento e panico, spingendo i giovani a fuggire dalla tenda nella notte gelida, senza vestiti, senza orientamento, verso una morte quasi certa.