I numeri parlano chiaro e mettono finalmente ordine tra le voci che giravano da mesi. Oracle ha tagliato 21.000 posti di lavoro nell’arco di un anno, e a giustificare questa scelta drastica c’è una motivazione precisa che l’azienda stessa mette nero su bianco: l’intelligenza artificiale. Una conferma che arriva dal documento regolatorio annuale depositato presso la SEC statunitense, lo stesso che fotografa un colosso del software in piena trasformazione.
Per capire la portata di questi licenziamenti, basta guardare ai numeri della forza lavoro. Al 31 maggio 2026 il gruppo contava circa 141.000 dipendenti in tutto il mondo, contro i 162.000 dello stesso periodo del 2025. Di questi, 49.000 lavorano negli Stati Uniti e 92.000 nelle sedi sparse per il pianeta, anche se non è dato sapere quanti dei posti tagliati riguardino l’una o l’altra area. Già a marzo, del resto, erano circolate notizie di una comunicazione inviata a un numero imprecisato di lavoratori, con stime che ballavano tra 10.000 e 30.000 unità. Ora il quadro è ufficiale.
Il ruolo centrale di AI e data center
C’era un segnale chiaro già a febbraio, quando Oracle stava studiando una drastica riduzione dei costi operativi proprio mentre annunciava piani per raccogliere tra i 45 e i 50 miliardi di dollari, ovvero circa 41 e 46 miliardi di euro, da destinare nel 2026 alla costruzione di nuovi data center dedicati all’intelligenza artificiale. La ristrutturazione che si prospettava allora, insomma, si è concretizzata.
E qui c’è un dettaglio che merita attenzione. L’azienda non ha parlato genericamente di ottimizzazione, ma nel documento ha dichiarato di avere un piano di ristrutturazione esistente, riconoscendo esplicitamente che l’adozione delle tecnologie AI nelle proprie operazioni ha comportato, e potrebbe continuare a comportare, riduzioni del personale. I costi sostenuti finora per questa operazione ammontano a 1,8 miliardi di dollari, vale a dire circa 1,65 miliardi di euro, una cifra che comprende anche le liquidazioni versate a chi è uscito. E il processo, a quanto pare, non è ancora chiuso.
La logica dietro tutto questo è abbastanza lineare: liberare liquidità per costruire infrastrutture pensate per l’intelligenza artificiale. I costi iniziali per realizzare data center ottimizzati sui carichi di lavoro AI sono enormi, e diverse aziende del settore si stanno muovendo nello stesso modo. Tra i clienti più importanti di Oracle figura del resto OpenAI, con cui lo scorso anno è stato siglato un accordo per la fornitura di 4,5 gigawatt di capacità di data center negli Stati Uniti, necessari ad alimentare i calcoli dei grandi modelli linguistici. Un’intesa che vale miliardi e che posiziona l’azienda come uno dei principali fornitori di infrastrutture per l’AI generativa.
Un fenomeno che coinvolge tutto il settore
Quello di Oracle non è affatto un caso isolato. Anche Microsoft ha effettuato tagli analoghi per coprire i costi della transizione verso l’intelligenza artificiale, sia sul fronte delle nuove infrastrutture che su quello dell’integrazione dell’AI nei propri prodotti. E poi c’è Meta, che ha percorso una strada simile con 8.000 licenziamenti e 7.000 persone riassegnate a ruoli legati all’intelligenza artificiale, in quella che Mark Zuckerberg aveva ribattezzato la stagione dell’efficienza.
Difficile pensare che questa dinamica si fermi nei prossimi trimestri. La corsa alle infrastrutture AI richiede capitali enormi e tempi lunghi, e le grandi aziende tech stanno scegliendo sistematicamente di finanziarla anche attraverso la riduzione del personale in ruoli considerati automatizzabili o ridondanti.
Il punto vero, adesso, è capire in che misura questi tagli si rifletteranno sulla qualità dei servizi offerti da Oracle, e soprattutto se la scommessa sui data center riuscirà a generare i ritorni attesi in tempi ragionevoli. Lo stesso interrogativo che, in fondo, alimenta le voci sempre più insistenti su quella che gli scettici chiamano la bolla AI, destinata prima o poi, secondo loro, a scoppiare.