OpenAI ha risposto pubblicamente all’accusa di furto di segreti industriali mossa da Apple, e lo ha fatto con parole misurate ma decise. In una dichiarazione consegnata a Bloomberg, l’azienda guidata da Sam Altman ha detto di non essere “a conoscenza” di alcuna prova che dia fondamento alla denuncia. Insomma, prende sul serio le contestazioni ma non crede che abbiano gambe per stare in piedi.
Il passaggio chiave della replica suona così: “Pur prendendo sul serio queste accuse, non siamo a conoscenza di alcuna prova che questa denuncia abbia fondamento. Crediamo nella concorrenza leale e nella libertà delle persone di lavorare dove preferiscono, e siamo concentrati sulla costruzione di tecnologie innovative che diano potere a chiunque, ovunque”. Un modo elegante per rispedire tutto al mittente, senza alzare troppo i toni.
Cosa contesta Apple a OpenAI
La causa è stata depositata venerdì e l’accusa è pesante: furto di proprietà intellettuale. Secondo Apple, due dipendenti di OpenAI, Tang Tan e Chang Liu, avrebbero orchestrato un piano per portarsi dietro informazioni riservate e spingere così lo sviluppo hardware della nuova azienda. I nomi non sono casuali. Tan è il Chief Hardware Officer di OpenAI e ha alle spalle 24 anni dentro Apple, dove ha guidato il design dei prodotti. Liu invece lavora nel team hardware dopo essere stato senior system electrical engineer a Cupertino.
Il quadro dipinto da Apple è dettagliato. Tan e Liu avrebbero chiesto ai dipendenti Apple in fase di colloquio con OpenAI di presentarsi preparati, con informazioni su dispositivi non ancora annunciati, componenti, processi produttivi e rapporti con i fornitori. A Liu viene contestato anche di aver tenuto un laptop aziendale Apple e di aver sfruttato un bug di autenticazione per consultare documenti riservati mentre già lavorava per OpenAI.
Le parole usate nella denuncia sono taglienti. Apple parla della “punta dell’iceberg” e sostiene di non avere visibilità su cosa accada davvero dietro le porte chiuse di OpenAI, dove secondo la società di Cupertino simili comportamenti sarebbero “normalizzati” e incarnati persino dai vertici. La conclusione dell’atto è ancora più dura: il giovane business hardware di OpenAI poggerebbe sulle “fondamenta più fragili”, marcio fin dal nucleo per via dell’uso illecito di segreti commerciali sottratti.
La strategia difensiva e cosa chiede Apple
Alla prima notizia della causa, OpenAI aveva liquidato la questione in fretta. “Non abbiamo alcun interesse nei segreti industriali di altre aziende”, aveva detto il portavoce Drew Pusateri, ribadendo l’attenzione dell’azienda sulla tecnologia innovativa. La nuova dichiarazione, però, lascia intravedere come OpenAI intende impostare la partita davanti all’opinione pubblica.
Il riferimento alla libertà dei lavoratori di scegliere dove lavorare non è casuale. Nella causa Apple stessa ammette che più di 400 suoi ex dipendenti sono passati a OpenAI. Un numero che l’azienda di Altman può usare a proprio favore, presentando le assunzioni di ex Apple come la vera ragione dietro la denuncia, più che un presunto furto sistematico.
Apple punta a un processo con giuria e conta di far emergere ulteriori prove durante la fase istruttoria. Ha chiesto un’ingiunzione che obblighi OpenAI a smettere di usare qualsiasi informazione Apple nello sviluppo del suo dispositivo hardware basato sull’intelligenza artificiale. Sul tavolo ci sono poi la richiesta di risarcimento dei danni e una causa separata contro Tan e Liu per violazione degli accordi di lavoro firmati con Cupertino.