L’open source torna al centro della strategia europea per affrancarsi dai software americani, ma con un portafoglio che, diciamolo, fa quasi tenerezza rispetto alla portata dell’impresa. Bruxelles vuole svezzare il continente dalla dipendenza dai grandi fornitori statunitensi e ha deciso di puntare proprio sulle soluzioni a codice aperto per riuscirci. Sulla carta l’idea convince. Nei fatti, però, i numeri raccontano una storia un po’ diversa.
Open source europeo: una scommessa ambiziosa con risorse limitate
L’obiettivo dichiarato è chiaro. Raffforzare la sovranità digitale dell’Europa riducendo la dipendenza dai programmi sviluppati oltreoceano. Da anni si parla di questo tema nei corridoi delle istituzioni comunitarie, e ogni volta torna fuori la stessa parola d’ordine. Autonomia. Controllo sui propri dati, sulle proprie infrastrutture, sui propri strumenti di lavoro quotidiani. L’idea di appoggiarsi all’open source ha un suo perché: software liberi, modificabili, non vincolati alle scelte commerciali di un’azienda lontana migliaia di chilometri.
Il problema, manco a dirlo, sta nei soldi. La dotazione finanziaria messa sul tavolo da Bruxelles appare decisamente sproporzionata rispetto alla mole del lavoro da fare. Sostituire i software americani che oggi muovono buona parte delle amministrazioni, delle imprese e dei servizi pubblici europei non è un’operazione che si chiude con qualche milione spicciolo. Richiede investimenti consistenti, tempo, competenze tecniche diffuse e una volontà politica che vada oltre i comunicati stampa.
Tra buone intenzioni e conti che non tornano
C’è una distanza notevole tra l’ambizione del progetto e i mezzi effettivamente stanziati. La strategia europea sulla carta sembra solida, ma quando si passa al budget l’entusiasmo rischia di raffreddarsi parecchio. Costruire un ecosistema digitale alternativo, capace di reggere il confronto con i colossi d’oltreoceano, comporta una fattura salata. E qui sta il nodo: le risorse messe a disposizione fanno quasi sorridere se confrontate con quello che servirebbe davvero per centrare l’obiettivo.
Non si tratta solo di scaricare un programma diverso. La sovranità digitale passa per la formazione, per il supporto tecnico, per la manutenzione continua dei sistemi, per l’adattamento di strumenti che spesso non sono pronti all’uso immediato nelle amministrazioni pubbliche. Tutto questo costa, e costa molto più di quanto i fondi attuali lascino intendere.
Resta il fatto che l’Europa ha scelto la direzione. Puntare sull’open source significa scommettere su un modello aperto, condiviso, meno legato agli interessi di pochi grandi attori. Una visione che molti sostenitori del software libero apprezzano da tempo. Il dubbio, semmai, riguarda la capacità di tradurre questa visione in qualcosa di concreto, senza fermarsi alle dichiarazioni di principio.
La sfida che attende Bruxelles è tutta in questo squilibrio: tanta ambizione, pochi fondi. Se la volontà di rendere il continente più autonomo dal punto di vista tecnologico è reale, allora prima o poi i numeri dovranno adeguarsi alle intenzioni. Per ora, però, il divario tra ciò che si vuole ottenere e ciò che si è disposti a spendere rimane il vero ostacolo sul percorso verso una piena indipendenza digitale.