Le GPU di NVIDIA venivano guardate con sufficienza dentro Intel, almeno finché il colosso dei processori dominava il mercato senza rivali. A raccontarlo è Patrick Gelsinger, ex amministratore delegato dell’azienda, che in una lunga conversazione ha ammesso senza troppi giri di parole come in Intel si prendessero un po’ sottogamba le schede grafiche del concorrente. Un’ammissione che pesa, considerando quanto NVIDIA sia diventata centrale nell’era dell’intelligenza artificiale. Ma nel discorso di Gelsinger c’è molto altro, dai ricordi su Steve Jobs alle grandi promesse sul quantum computing.
Quando Intel snobbava le schede grafiche
Il punto di partenza è un’epoca in cui Intel era il punto di riferimento assoluto nella fabbricazione di chip e i suoi processori facevano girare praticamente tutto. In quel contesto, ha ammesso Gelsinger, l’atteggiamento verso Jensen Huang e la sua azienda era tutt’altro che rispettoso. “Quando eravamo al massimo della nostra forza sulle CPU, in un certo senso deridevamo le sue macchine”, ha raccontato l’ex dirigente. L’idea diffusa era che si trattasse solo di roba per videogiocatori, prodotti di nicchia per chi voleva spingere la grafica.
Poi però qualcosa è cambiato. Gelsinger ha spiegato che il vero salto è arrivato quando NVIDIA ha costruito uno stack software serio attorno alle sue schede, a partire da CUDA e dalla tecnologia SIMT con il multithreading. Un miglioramento dopo l’altro, senza strappi clamorosi, fino a diventare qualcosa di enorme. E qui è scattato il paragone con Jobs, per quel modo di costruire tecnologie grandi passo dopo passo. La svolta definitiva, secondo lui, è arrivata quando “quei matti giapponesi dell’HPC” hanno pensato di usare le schede grafiche per il calcolo ad alte prestazioni.
Gli errori di Intel e la lezione di Steve Jobs
Nella stessa chiacchierata Gelsinger non ha risparmiato critiche alla gestione precedente al suo ritorno. Nei cinque o sei anni antecedenti, ha detto, Intel aveva distribuito ben cento miliardi di dollari agli azionisti, una scelta che a suo dire portava la firma di manager con formazione economica più che tecnica. “Cosa non avrei dato per avere altri cento miliardi in bilancio”, ha commentato. Il problema, secondo lui, era strutturale, visto che Intel non costruiva una nuova fabbrica da un decennio e non comprava le macchine EUV. Solo un tecnologo, ha aggiunto, avrebbe capito la necessità di quegli investimenti nonostante i conti non tornassero nell’immediato.
Il ricordo più vivido riguarda Steve Jobs, definito “incredibile” e “spietato”. Apple passò ai processori Intel per i suoi computer nel 2005, e Gelsinger usa quel momento per raccontare la lungimiranza del fondatore. Quando gli propose l’aiuto di Intel per portare il sistema operativo del Mac dall’architettura PowerPC ai chip x86, Jobs rispose che ci stava già lavorando da quattro versioni. Aveva preparato le tecnologie interne di Apple per un evento che sarebbe potuto arrivare in futuro.
Taiwan, la Cina e la scommessa quantistica
Il discorso si è fatto più cupo parlando di Taiwan e di TSMC, il più grande produttore di chip su commissione al mondo, che quando Gelsinger prese le redini sfornava fino a cinque volte i wafer di Intel. L’ex dirigente ha lanciato un avvertimento pesante su cosa succederebbe con un blocco navale cinese dell’isola. Taiwan, ha spiegato, ha meno di tre settimane di riserve energetiche, e senza forniture di gas naturale liquefatto le fabbriche si spengono. “Quando spegni un impianto non riparte per 90 giorni”, ha detto, stimando un impatto economico peggiore della Grande Depressione. Un blocco simile, secondo lui, non è teoria, dato che la Cina ha bloccato lo stretto di Taiwan sette volte negli ultimi quattro anni.
Sul finale spazio all’ottimismo, con Gelsinger che oggi ha un rapporto stretto con la società PsiQuantum. La sua convinzione è che i progressi nel quantum computing siano davvero vicini, con la possibilità di calcolare cose oggi impossibili nella chimica e nella biologia. “Entro questo decennio vedremo risultati di supremazia quantistica in diversi settori”, ha affermato, spiegando che ormai si sa come costruire i qubit e correggerne gli errori, e che resta solo la questione dell’ingegneria di scala. La sua previsione parla di risultati significativi prima del 2030.