Dolly la pecora venne al mondo il 5 luglio 1996, ma per sette lunghi mesi il resto del pianeta non ne seppe assolutamente nulla. Il primo mammifero clonato della storia esisteva già, respirava, brucava erba come qualsiasi altro animale, eppure la notizia rimase chiusa a chiave nei laboratori scozzesi dove tutto ebbe inizio. Un segreto custodito con cura, per ragioni che con il senno di poi appaiono più pratiche che misteriose.
Un silenzio durato mesi
Il motivo del riserbo attorno alla nascita di Dolly non aveva nulla a che vedere con la battuta un po’ salace che si nasconde dietro al suo nome o almeno, così si pensa. Chi ha seguito la vicenda tende a escludere quel tipo di distrazione goliardica come causa del ritardo nell’annuncio. La verità è che dietro un traguardo scientifico di quella portata ci sono passaggi che non si possono saltare. La clonazione di un mammifero adulto rappresentava qualcosa di mai visto prima, e prima di gridarlo al mondo occorreva mettere tutto nero su bianco, verificare, ricontrollare. Non è il genere di cosa che si comunica in fretta.
Perché aspettare così tanto
Tenere nascosta la nascita di Dolly la pecora per così tanto tempo risponde a logiche che nel mondo della ricerca sono più comuni di quanto si immagini. Quando si ha tra le mani una scoperta destinata a fare storia, la fretta è cattiva consigliera. Ogni dettaglio va documentato, ogni risultato deve reggere all’esame degli altri scienziati. Quel segreto durato sette mesi non era dunque frutto di distrazioni o di scherzi da laboratorio. Era piuttosto il tempo necessario perché una scoperta di quel calibro potesse essere presentata al mondo con tutte le garanzie del caso, senza il rischio di anticipazioni che avrebbero potuto compromettere l’intera comunicazione ufficiale.
Quando la notizia venne resa pubblica nel febbraio del 1997, l’effetto fu immediato. Dolly uscì dai confini del laboratorio e diventò un simbolo capace di accendere dibattiti ben oltre l’ambito scientifico. Si parlò di etica, di limiti della ricerca e perfino della possibilità, allora puramente teorica, di applicare tecniche simili all’essere umano. In pochi giorni quella pecora scozzese divenne famosa in tutto il mondo. E pensare che per mesi aveva vissuto nell’anonimato più totale: un animale come tanti, ignaro del fatto che la sua esistenza avrebbe cambiato per sempre il modo di guardare alla genetica moderna.